Rebus sanitario

Recentemente è stata avviata una raccolta firme proposta dal comitato dei Cittadini Attivi Loanesi di Loano, in provincia di Savona, soggetto promotore dell’iniziativa, relativa alle funzionalità del reparto di pediatria nell’ospedale di S. Corona di Pietra Ligure, tutt’oggi in via di smantellamento con rischi potenzialmente pericolosissimi per i piccoli utenti: i nostri figli.

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Ma non solo, si manifesta palesemente anche una “voluta” errata interpretazione delle previsioni contenute nell’accordo Conferenza Stato – Regioni dell’Agosto 2014 che definisce i livelli assistenziali per le diverse tipologie di ospedale. E nel caso specifico, il S. Corona di Pietra Ligure è un ospedale DEA di 2° livello che deve offrire alla cittadinanza una ben precisa serie di servizi. Nulla vieta all’ospedale S. Paolo di Savona di essere in grado di fornirne altrettanti ma è molto rischioso che per mere logiche politiche di spartizione dell’elettorato si ponga a rischio la vita dei nostri piccoli che in caso di ricovero urgente, da tutto ponente, non potrebbero fare altro che convergere su Savona con tempi di percorrenza maggiori e maggiori ricadute sulla loro salute.

La raccolta firme promossa dai cittadini che ha come obiettivo ripristinare il pronto soccorso pediatrico nella sua sede originaria e dare la possibilità ai piccoli pazienti giunti attraverso il Pronto Soccorso di poter rimanere nella struttura qualora sopraggiungano complicazioni che richiedano il ricovero è lodevole e và sostenuta. Ma il tema dell’assetto sanitario savonese è più ampio e complesso. La valutazione và fatta in forma sistemica e organica: innanzitutto vi sono i cittadini, la distribuzione sul territorio e la conformazione del territorio. Nella nostra Provincia attualmente vi sono per l’ASL 2 le seguenti strutture:

Ad ognuna di esse è associata una categoria che ne definisce a priori le funzionalità offerte, dalle più ampie (DEA 2° livello) a quelle basilari (P.I.). Quali sono però i temi aperti e non risolti di cui spesso leggiamo e discutiamo? Sono esattamente le 4 strutture ospedaliere per le quali alcuni sostengono siano troppe, altri che le funzioni così ripartite non vanno bene, altri ancora che i presidi base debbano ulteriormente essere ridotti o sfrondati di ulteriori funzionalità. Ma tutte queste considerazioni NON possono essere prese singolarmente e vanno vista in con visione sistemica: la ripartizione delle competenze è materia su cui la Regione ha un ruolo molto importante se non determinante ed è per questo che la visione deve essere anche a livello territoriale regionale.

Questo ad esempio è il motivo per cui il S.Corona di Pietra Ligure è un ospedale di DEA 2° Livello, perché l’altro è a Genova e la copertura del territorio ligure, un arco che si estende da La Spezia a Ventimiglia, deve considerare le necessità di Ponente e Levante; aggiungo peraltro che l’altro con pari funzioni per il reparto pediatrico è il Gaslini di Genova, quindi si avvalora il senso di avere anche questo reparto pienamente operativo a Pietra Ligure. Poi si passa all’annosa diatriba tra S. Paolo di Savona e il S.Corona appunto: una diatriba politica, da sempre. Il bacino elettorale….pardon…di pazienti della città di Savona è stabile e costante, contro quello di Pietra Ligure che però ha importanti picchi nel periodo estivo. Se alcune specialità sono meno ricche è sintomo della normale funzione di DEA di 1° livello, nulla vieta che vi siano, tramite anche capacità gestionali del singolo ospedale…, servizi di pari livello, ma non a scapito dell’uno o dell’altro per mere beghe politiche.

Ricordiamoci l’orografia della nostra terra, i tempi di percorrenza, le infrastrutture disponibili: tutti questi elementi fanno parte di un ragionamento sistemico.

Passiamo ora ad Albenga, ospedale della discordia ma vorrei ricordare innanzitutto che è una struttura pubblica, di noi contribuenti. Quindi può e deve funzionare in simbiosi con Pietra Ligure distribuendosi le funzioni perché geograficamente vicini e magari puntando su alcune specialità. Oggi in esso c’è però insito un tema che è il nocciolo della questione: il rapporto tra pubblico e privato.

Opera infatti in Albenga il gruppo privato GSL (Gruppo Sanitario Ligure), riconducibile a un gruppo privato molto noto nel nostro territorio che ruota intorno alla figura del sig. Dellepiane, imprenditore, costruttore, magnate locale nonché presidente del Savona. L’attuale Signore di tutto il territorio savonese, attualmente sotto indagine per una possibile maxi evasione fiscale nell’ambito dell’operazione edilizia Crescent. Oltre che dubbia ed avvolta in domande prive di risposta, una speculazione indecorosa: brutto, ma brutto nel senso sublime che ne dava Kant, il filosofo ottocentesco, una bruttezza oggettiva e indiscutibile.

Questo va’ considerato come l’esempio del rapporto nato male, la storia d’amore che è destinata a non funzionare, tra il pubblico e il privato: l’esempio di quello che non vorremmo, peraltro già oggetto di indagini per una gara assegnata appunto ai “soliti noti”, si parla di turbativa d’asta etc…. C’è quindi un costo esorbitante sostenuto dall’ASL e dalla Regione per pagare questo ente privato che svolge in convenzione con il sistema sanitario nazionale (SSN), l’attività medica, soprattutto in determinate specialità. Sia chiaro: come già scrissi operano in esso medici di comprovate capacità tecniche. Ma non è questo il punto: il punto è perché mai non mantenere il controllo e l’operato diretto del pubblico valorizzando, chi ne ha diritto, i migliori. E di questo principio già scrissi esprimendomi sulla sacrosanta necessità che anche il pubblico impiego, cui gli operatori medici rientrano in linea di principio, possa essere assoggettato al riconoscimento del merito, e del demerito. Quindi se il problema è come trattenere i migliori dottori nel pubblico, o quantomeno chiedere che svolgano una parte della loro pratica all’interno delle strutture pubbliche, non capisco perché si debba fare appalti da milioni di euro, operare in regime di intramoenia ovvero consentire l’esercizio della pratica privata dentro la struttura pubblica: su tutto questo va’ messo ordine.

Se quindi l’operazione della “Banda Burlando” (Burlando, Montaldo e Neirotti) era volta a creare una specialità per evitare le fughe presso ASL non liguri, ebbene è sbagliato il metodo, a pensar bene. A pensar male, si fa peccato….

Ed infine veniamo a Cairo. Io che sono stellese di adozione, il paese di Pertini, ricordo che molti anni fa c’era l’ospedale di Sassello ed era utilizzato dalle persone del territorio, perché vicino e perché pratico per le persone anziane vicino alle esigenze di base. Ebbene, a Cairo lo scenario è decisamente più importante per il bacino di potenziali utenti, per il contesto e le funzioni di pronto soccorso. Funzioni recentemente oggetto di discussione, per le quali oggi è necessario fare chiarezza e impostare in modo differente la questione. L’area è oggettivamente disagiata dal punto di vista geografico: raggiungere le riviera è un percorso stradale lungo, articolato e in alcuni periodi dell’anno improbabile.  Questo alla luce del concetto di emergenza e di pronto intervento ovviamente, non certo per una bella gita al mare domenicale.

Il mantenimento di un ospedale pur di base, con un pronto soccorso però pienamente operativo H24, è “conditio sine qua non” e se la strada per dichiararlo tale è quella di considerarlo di area disagiata, come peraltro contempla la Conferenza Stato-Regioni, ebbene sia questa.

Ad oggi quindi chi scrive crede che la capillarità delle strutture ospedaliere sia la forza di un sistema sanitario sul territorio e per il territorio, e sia da sprono a contrastare quanto viene proposto oggi in tutti i settori del pubblico: meno scuole, meno uffici postali, meno presidi socio-assistenziali. E’ una ritirata senza condizioni di resa che il “pubblico” sta facendo, e non è accettabile. Non così, non ora.

Taglia e scappa.

E’ apparso sui giornali, il 2 Febbraio, un articolo riguardante l’Ospedale San Paolo di Savona, nell’ASL 2 savonese, dove è stato sancito drasticamente un taglio delle ore di pulizie nella maggior parte dei reparti dell’ospedale: è il risultato del nuovo capitolato aziendale, pubblicato dall’Asl 2, e della gara d’appalto per le pulizie che è stata vinta da una ditta fiorentina, con un ribasso del 28 per cento.

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Su altro quotidiano, successivamente, il 13/02, sempre la stessa ASL savonese viene riportata la notizia di uno stanziamento di 1 milione e 850 mila Euro per prestazioni specialistiche ambulatoriali presso strutture private accreditate, con lo scopo, stante le dichiarazioni, di ridurre le liste di attesa. In particolare in quelle specialità relative a radiologia ed esami annessi.

Ecco che le 2 notizie, uscite in forma distinta e con tempi differenti, mi hanno scatenato una curiosa connessione neurale dove ho immaginato un vaso che da un lato si svuota e dall’altro si riempie: poco, male e pericolosamente. Come nel film “Limitless” dove il protagonista, grazie ad una particolarissima sostanza sconosciuta, era in grado di usare il suo cervello con le funzioni connettive esponenzialmente amplificate, io, senza arrivare a tanto, credo comunque valga la pena fare una breve riflessione.

Innanzitutto sulla questione delle pulizie, dove peraltro non entro nel merito della percentuale di ribasso, poteva essere addirittura superiore o inferiore, ma pongo una questione ben più importante: le infezioni. Si perché metter mano alle pulizie in una struttura ospedaliera, soprattutto riducendo l’importo economico disponibile, porta con se enormi criticità. Pianificare in certi reparti un solo passaggio giornaliero oltre che indecoroso è estremamente rischioso. Per non parlare delle sale operatorie sulle quali non è accettabile alcuna deroga in termini di pulizie e benché il capitola parrebbe non derogare su questo il rischio che “nei dintorni” le condizioni peggiorino è concreto.

L’altra notizia porta con se un tema complesso sul quale è necessario un tentativo di analisi. In pratica la notizia ci dice che c’è un problema ovvero lunghe liste di attesa per alcune tipologie di esami, note ai savonesi, ovvero la radiologia. Stante sempre l’informazione giornalistica, la soluzione adottata è quella di stanziare delle somme economiche per ampliare le convenzioni con studi clinici privati che offrano sostanzialmente queste tipologie di esami, per supplire appunto all’inadeguata capacitò di offerta della struttura pubblica in questione.

Ecco perché trovo le due informazioni curiose, un ossimoro che tende però a convergere nello stesso punto. Ed infatti dal punto di vista di bilancio, sono ambedue “uscite”, purtroppo lo sono anche dal punto di vista di indirizzo.

Ridurre i costi per la pulizia della struttura ospedaliera passando per la riduzione della pulizia non è la strada corretta e potenzialmente può comportare costi maggiori per il reale rischio infezioni, ulteriori “fughe” verso altri presidi sanitari per il peggioramento qualitativo della struttura, una discesa generale verso il “basso” che sicuramente chi aveva o ha dei dubbi, verrebbe incentivato ad andare nella struttura privata di turno.

Affrontare il problema delle liste di attesa per gli esami di radiologia all’ospedale San Paolo, aumentando le convenzioni esterne, è ancora più insensato: la mia esperienza personale mi permette di affermare che per uno stesso esame radiologico, con lo stesso macchinario e lo stesso personale medico, fatto con servizio sanitario comportava tempi certamente superiori al mese, fatto in regime di “intramonenia” entro 15 giorni l’esame era possibile. Dopo le 17 e il sabato mattina.

Capirete anche voi che questo è il nocciolo della questione. E sostenere che per risolvere il problema delle code è necessario stipulare ulteriori convenzioni con l’esterno è come dire che se c’è troppa coda per entrare al cinema a vedere un film vado a vederne un altro di cui non ho alcun interesse.

Non ho risolto il problema e ho buttato via dei soldi.

Vada Sabatia, rimangano i pazienti.

Il 29 Gennaio 2010, la Giunta regionale ligure, con delibera nr. 65

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Da allora la già problematica vita della struttura nata tramite la Fondazione Ferrero, per cui rimando all’ esaustivo articolo di Aldo Pastore http://www.truciolisavonesi.it/index.php?option=com_content&view=article&id=5082:istituto-ferreroq-di-vado-ligure&catid=59:aldo-pastore&Itemid=57, viene affidata nelle mani della Segesta Gestioni s.rl., azienda privata operante nel settore delle RSA la cui nascita è fissata nel 1994 per poi venire acquisita dal gruppo francese Korian, con numeri e fatturati da capogiro, un business importante che nella Liguria trova terreno fertile visto l’alta percentuale di popolazione over 60.

Quanto è successo nella clinica è inutile ribadirlo, agli onori della cronaca e nelle mani della magistratura per evidenti reati della più bassa leva, commessi da una parte del personale operante in un settore specifico, almeno fino  a quanto oggi emerso.

Delle violenze perpetrate ai malcapitati pazienti è stato detto pertanto quanto ora possiamo vedere è una catena, un processo che vede coinvolti 5 diversi attori: la struttura, il soggetto privato gestore, l’ASL, la Regione  e i pazienti.

Provo a vedere brevemente chi può avere delle responsabilità a vario titolo. Escludiamo fin da subito i pazienti: salvo il fatto di essere affetti da problemi di salute non sono imputabili di alcunché. Passiamo alla “struttura” intesa come l’insieme dei muri, dell’edificio, dei macchinari, dei letti etc… direi che anche questo attore di per sé non ha responsabilità, peraltro la struttura nel suo insieme è nuova, un po’ asettica me certamente non per questo gravata da colpe.

Arriviamo ai protagonisti principali: soggetto privato gestore, Segesta appunto, Regione e ASL.

La Segesta è per conto mio il principale responsabile oggettivo della cattiva gestione nella residenza Vada Sabatia, vi invito a leggere nel sito della proprietà Korian, nella pagina dedicata http://www.grupposegesta.com/case-di-riposo-per-anziani/assistenza-segesta/ , tutto il materiale relativo a qualità, codice etico, codice disciplinare etc… tutta “fuffa” ovvero parole al vento. Inutili, visto quanto è accaduto.

Poi arrivano le responsabilità di Regione e ASL che vanno a braccetto in quanto la prima è il soggetto che ha affidato il servizio tramite la convenzione con il servizio sanitario pubblico ad un privato che è risultato ampiamente inadempiente, il secondo, l’ASL, è il soggetto che per conto della Regione doveva controllare e garantire che non avvenissero disservizi.

Ora cosa sta succedendo? Che l’ASL e la Regione sostanzialmente stanno rescindendo il contratto con la Segesta per gravi inadempimenti, contratto da verificare perché la convenzione aveva durata 3 anni pertanto evidentemente ora era in regime di proroga in attesa di affidamento definitivo, dando 180 giorni di tempo per rimettersi a norma oppure di fatto rescissione del contratto.

Fermo restando che trovo formalmente corretto che se uno dei 2 contraenti è gravemente inadempiente si proceda a rescindere un contratto, vedo però che perdiamo di vista il soggetto al centro di tutto: il paziente. Ho letto le dichiarazioni rilasciate dal manager dell’ASL 2 Neirotti a riguardo e le ipotesi sono trovare un nuovo soggetto da accreditare nella gestione o spostare i pazienti.

Io voglio sperare che i pazienti non vengano minimamente coinvolti in questa delicata vicenda, stiamo parlando di soggetti con problemi di salute molto gravi, situazioni al limite per cui ogni intervento destabilizzante è possibile causa di gravi conseguenze. Credo che la ricerca di un nuovo soggetto cui affidare la convenzione, per riequilibrare il servizio fornito, passando da un bando aperto possa essere meno peggio ma del meno peggio ne vorremmo fare a meno.

A me piacerebbe che tutti i comuni di cui uno o più cittadini fossero ricoverati nella clinica, facessero una causa per danni al gruppo Korian chiedendo un risarcimento pari ad almeno il prezzo cadauno pagato per ogni paziente ricoverato dall’inizio della convenzione. Vorrei vedere i comuni di Savona e Vado, ora uniti grazie a Renzi, intraprendere questa iniziativa forte pretendendo che la Segesta, anziché minacciare il licenziamento dei lavoratori privi della qualifiche che utilizzava in mansioni non consone, si mettesse in regola, sostituendo soprattutto l’intera classe dirigente ed assumendo personale qualificato.

Che non passi insomma l’idea, magari sbagliando, che sia arrivata l’occasione buona per l’affidamento ad una qualche cooperativa, con le necessarie qualifiche certamente, ma facendolo in fretta e con urgenza si potrebbe cadere in errore e scegliere male. E noi non vogliamo questo, vero?

Ospedale di Albenga, una “eccellenza” nostrana.

 

Questa settimana temevo di non avere particolari argomenti di cui scrivere nell’appuntamento settimanale con Trucioli, anche perché impegni di lavoro e personali mi hanno portato via molto del mio tempo libero. Ma proprio su questi ultimi ho trovato uno spunto di cui è bene, anzi doveroso, invitare a riflettere e conoscere.
Un mio parente prossimo, molto molto prossimo, è stato ricoverato per un ulteriore intervento chirurgico, il quinto nella fattispecie, presso l’ospedale “Ospedale Santa Maria di Misericordia” di Albenga, nel reparto definito MIOS, acronimo di Malattie Infettive e Ortopedia Settica. A dirla con una battuta, nelle vesti di Crozza che imita Formigoni, “una eccellenza”, ma c’è ben poco da scherzare perché abbiamo veramente una eccellenza e magari non ne siamo coscienti.

L’intera struttura ospedaliera è nuova, ben fatta, pulita ed accogliente, per il reparto in questione vi sono poi delle interessanti sinergie tra infettivologi, ortopedici e specialisti in ricostruzioni plastiche. Questo mix di competenze ha fatto sì che possano essere eseguiti interventi ortopedici di ricostruzioni o trapianti ossei, francamente impensabili per chi non è avvezzo a siffatte operazioni, generalmente causati da una forma infettiva molto diffusa, l’osteomielite.

L’infezione in questione và affrontata con la massima serietà, non si scherza, se attacca l’apparato osseo di un arto estendendosi su di esso, può non esserci scampo e l’amputazione risulta essere l’intervento finale, mio malgrado ho visto persone nel reparto che hanno dovuto subire questo percorso. Affrontata come fanno al MIOS di Albenga, con approccio specifico, puntuale e preciso, combinando cure antibiotiche con trapianti ossei prelevati da altre parti del corpo con alcune tecniche peculiari, come anche il parziale trapianto dei vasi sanguigni circostanti l’osso, il paziente torna a regime.

Ecco che allora dobbiamo pretendere, come cittadini e come contribuenti, che ci siano tanti reparti come il MIOS in giro per gli ospedali nostrani, che possano anche attrarre giovani medici promettenti, come ve ne sono ad Albenga, e che in questo modo la Sanità Pubblica possa essere una tranquilla e serena opportunità di ricevere cure adeguate con professionalità di livello.

Non ultimo considero che anche l’aspetto umano, relazionale, tra gli operatori vari presenti e i pazienti, come anche i familiari, sia improntato ad un eccellente rapporto paritario.

Certo, il brusco risveglio alla realtà arriva vedendo come la Regione Liguria, guidata da Claudio Burlando, interviene sulla Sanità ligure, di cui ha competenza. Tagli, riduzioni del personale, personale infermieristico sostituito dalle cooperative, con meno diritti e retribuzioni inferiori, sezioni di Pronto Soccorso che chiudono…così, se il destino ha deciso di metterti alla prova, la giunta regionale gli dà un mano, magari una mezzoretta in più in ambulanza “et voilà”, risolto il problema alla radice.

Dimenticavo, i soldi non ci sono, tranne che per valichi, piattaforme, raddoppi stradali….le priorità, per alcuni, per altri sperpero di denaro pubblico. Mi domando cosa succederà quando arriveranno le prime cause in giudizio per decessi causati da tempi di trasporto eccessivi a causa delle distanze da coprire, viste le riduzioni di Pronto Soccorso disponibili.

Chi pagherà?