“L’Inutile Pubblico Impiegato” ovvero della meritocrazia “a perdere”.

Per quanto si parla del pubblico impiego probabilmente solo chi lo vive da dentro può dire come stanno le cose realmente, e le cose non stanno bene. Affatto.

Non c’è colpa per chi vi lavora, come potrebbe, avendo fatto concorsi aperti per titoli ed esami secondo le disponibilità messe a bando non vi è ragione alcuna di pensare che dal punto di vista numerico ci siano dei problemi di abbondanza di risorse per causa delle stesse risorse che vi lavorano. Idem per gli incarichi dirigenziali: se ci sono evidentemente perché sono state create le condizioni affinché le pubbliche amministrazioni procedessero all’inserimento in organico di figure con tali incarichi. Nulla si crea nulla di distrugge ovvero se ci sono state delle assunzioni negli anni, anzi nei decenni, è perché evidentemente “qualcuno” ha ritenuto fossero necessarie.

Concorso-pubblico

Ma perché scrivo queste considerazioni generali che NON sono il punto su cui voglio soffermarmi? Perché nelle scorse settimane a conti fatti è stata, per il sesto anno consecutivo, dichiarata l’impossibilità di rinnovo dei contratti nel pubblico impiego che in pratica blocca interventi migliorativi sulla busta paga dei lavoratori del settore.

Qualcuno qui potrebbe dire: “è certo! Giusto, non se li meritano…non fanno niente etc.…” i soliti luoghi comuni che spesso chi come il sottoscritto è “utente” di qualche agenzia o ente si sente in diritto di commentare sotto questo profilo.

Sulla questione mi era capitato di sentire peraltro commenti del genere “pensa quelli che non hanno nemmeno il lavoro, oppure quelli che sono in cassaintegrazione etc.…” formalmente ineccepibili. E’ doveroso guardare chi sta peggio e rispettarne le condizioni.

Ma non è questo il punto. Il punto è che tutte le categorie contrattuali in questi ultimi 6 anni hanno avuto degli aumenti contrattuali che, per chi non lo sapesse, rappresentano un aumento nella busta paga “urbe et orbi” secondo il livello contrattuale ovviamente. In sostanza un aumento nello stipendio minimo che negli anni ha assunto la funzione di assorbire il naturale aumento del costo della vita. (un tempo c’era la scala mobile….). Poi, nel privato, c’è un arma in più a favore di chi lavora, la giusta possibilità di contrattarsi personalmente un aumento ulteriore per capacità e meriti. Il sacrosanto “merito”. Nel pubblico impiego quest’arma non c’è e i tanti che lavorano sodo e tengono in piedi la baracca non vedono riconosciuto da anni il proprio impegno, quanto meno in forma universale.

E’ il cuore del concetto del merito: sei in gamba? Lavori bene?  E’ giusto che ti sia riconosciuto a parità di altri colleghi che per molteplici ragioni non sono allo stesso passo. Questo è lo strumento che porta molti a cercare di fare bene, di impegnarsi e, assumendo di essere in un contesto “normale”, di avere premiati i propri sforzi.

Nel Pubblico Impiego tutto questo non esiste. Il trattamento economico è identico per tutti, raffrontati nello stesso livello di inquadramento, ovvero se lavori tanto o poco viene riconosciuto lo stesso importo. Non solo, se lavori molto molto poco, probabilmente, a seconda del Dirigente, come dice il detto che “il pesce puzza sempre …”, non vi sono particolari drammi, usando un eufemismo.

Quindi abbiamo un problema sul merito per il quale una vera riforma della pubblica amministrazione deve farne perno centrale.

Poi c’è un altro problema. Il pubblico impiego è stato utilizzato, tipicamente nei grandi numeri dei ministeri ma anche in realtà locali, come palliativo alla disoccupazione da un lato, al consenso politico dall’altro, producendo un evidente fenomeno di eccesso di risorse in alcuni settori talmente evidente causa delle accuse rivolte genericamente a tutti. Quelli che se lo meritano e quelli che non se lo meritano.

Alcuni sostengono che percentualmente ci sia circa un 30% di risorse in eccesso e nelle categorie dirigenziali forse si arrivi ad un 40%. Attenzione, come ho messo in premessa se sono state fatte procedure di assunzione nessuna responsabilità può avere colui che si è candidato ed è stato assunto, salvo casi di abusi ovviamente.

Abbiamo quindi un settore in cui: non vi è alcuna politica meritocratica, ci sono risorse in eccesso e il rinnovo dei contratti è bloccato da anni per tutti indistintamente. La soluzione in questo caso deve partire necessariamente dall’alto, a livello statale innanzitutto, da chi governa se ha il coraggio di fare una vera riforma del pubblico impiego (altro che articolo 18….) mi aspetterei un imponente piano di prepensionamenti e una completa riorganizzazione del funzionamento del pubblico impiego in linea con i processi adottati nelle medio-grandi aziende private. Mi aspetterei maggiori tutele e più ampio spazio per i soggetti svantaggiati ma selezioni severe e attente per le categorie dirigenziali. Mi aspetterei politiche di incentivazione e premio del merito per coloro che sono in gamba e un pubblico impiego che renda orgoglioso chi ci lavora e visto con rispetto da chi ci si interfaccia.

Quale organizzazione sindacale ha il coraggio di risolvere alla radice il problema visto che in Italia il tasso di sindacalizzazione più alto si registra proprio nel pubblico impiego dove si supere il 50%?

Non ci sono alternative, è solo questione di tempo e di chi si prenderà la responsabilità di farlo: probabilmente non vincerà le elezioni successive e non farà nuove “tessere sindacali”.

La riforma del lavoro perduto.

Vorrei spendere molte parole su quella che viene definita riforma del lavoro, la proposta che Renzi ha chiamato “Jobs act”, ma non le ho.

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Vorrei farlo parlando dell’articolo 18, tema che ho sviluppato in passato in questo precedente pezzo.

Vorrei parlare dei tecnicismi che regolano il TFR, la relativa tassazione e di quanto si prevede in futuro, dell’ASPI, dei contratti e delle tutele. Tutti argomenti che si possono peraltro leggere in tanti testi in e approfondimenti in rete. Quello che a me invece rimane è una cortina fumogena lanciata quale riforma del lavoro per rispondere supinamente alle richieste di altri soggetti (…”ce lo chiede l’Europa”…) andando a completare quanto avviato dal governo Monti.

Qualche considerazione generale però la voglio fare. L’articolo 18 probabilmente è un totem, ma è già stato fatto un intervento proprio per accontentare Confindustria in modo che i licenziamenti oggettivi di carattere economico potessero ricadere nella casistica in cui il giudice,  affermato l’errore, può assegnare al lavoratore l’indennità e non più necessariamente il reintegro. Quindi l’intervento qui sarebbe sostanzialmente di forma e poca sostanza. Sono rimasto peraltro colpito da una intervista di tempo fa in cui Squinzi dichiarava che gli investitori non “investono” per l’articolo 18: non ci credeva nemmeno lui.

L’ideona del TFR: non è certo il primo caso e và detto in termini assoluti che il TFR è denaro del lavoratore e in linea teorica è lecito che ne faccia l’uso più opportuno. La questione sta nella forma di tassazione che qualunque prelievo anticipato vedrebbe applicata: la proposta del Governo assume di tassare in forma ancor più decisa il caso del prelievo anticipato mensile/annuale soprattutto per i redditi superiori ai 15.000 Euro. Sostanzialmente antieconomico per la persona che sceglie questo strumento sfruttando magari il caso disperato che pur di avere un maggior stipendio accetta una tassazione maggiore e sconveniente. Eppure si poteva, se lo scopo era quello di aiutare le persone, fare un lavoro migliore e semplice: anticipo del TFR esentasse.

Invece hanno pensato bene di prevedere una tassazione più alta e stabilire ipotesi di accordo con le banche per prestare alle aziende il denaro per dare gli eventuali anticipi di TFR. Secondo voi le banche prestano gratuitamente i soldi? Sui fondi pensione dei sindacati ho sempre avuto forti perplessità: l’unico aspetto positivo è la contribuzione obbligata del datore di lavoro ma francamente non mi convince questo flusso di denaro che poi viene investito in aree che sono completamente fuori il controllo diretto.

Nella proposta del Governo ci sono poi elementi che riguardano gli strumenti quali ammortizzatori sociali e ASPI, già prevista dalla Fornero e in corso di avvio, che dovrebbero disciplinare meglio (o peggio?) quest’area.

Altro punto è nel contratto di inserimento a tutele crescenti: questo è l’apice. L’ennesimo contratto con meno diritti introdotto nella jungla dei contratti, mi domando come possano coloro che si studiano queste proposte farlo serenamente senza comprendere l’inutilità oggettiva. Attualmente ci sono così tanti strumenti di “ingresso” nel mondo del lavoro che è difficile identificarli tutti, oltretutto sono già ampiamente “flessibili”: contratto a termine, con maggiori proroghe proposte proprio dall’attuale governo, apprendistato, a progetto, partite IVA. etc….

I contratti per entrare nel mondo del lavoro sono tutti già pronti e disponibili, se invece parliamo di precarietà nulla della proposta nel jobs act affronta concretamente la questione. E infatti la questione è tutt’altra.

Il problema ruota nel lavoro che non c’è più. Il lavoro in Italia e nel mercato europeo è drasticamente ridotto perché gli investimenti non ci sono, o sono in settori nuovi dove le imprese non sono pronte ad operare o il costo di produzione, di cui ho parlato in questo articolo, è troppo elevato.

E allora le riforme degli ultimi anni, che poi sono della stesse mente semplicemente applicate da persone diverse, non affrontano il problema di fondo. La tassazione sul lavoro e, in generale il costo del lavoro che non dipende dai lavoratori, fossero tutti arricchiti forse si, ma la realtà sappiamo così non essere.

Costo del lavoro quindi: costi di produzione (energia, burocrazia etc….) e processi produttivi. Mentre per i primi le aziende poco possono, per i secondi possono tutto. Ma allora perché le aziende chiedono o parlano dell’articolo 18? Ne parlano quelle aziende gestite da imprenditori incapaci, dirigenti incompetenti che negli anni hanno lavorato unicamente per appoggio o sostegno politico.

Si tratta di quell’imprenditoria incompetente che legata alla politica ci pesa come una zavorra e che ci mette una sorta di cappio al collo con il ricatto occupazionale. Sono gli stessi che poi piangono, chiudono lamentandosi che non ce la fanno e di punto in bianco lasciano a casa centinaia di lavoratori. Purtroppo per queste non c’è “jobs act” che tenga, e lo conferma uno Squinzi qualunque che pensa serva poter evitare il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo per favorire gli investimenti: tanto vale credere a Babbo Natale che fa impresa in Italia al caldo durante ferragosto.

L’imprenditoria sana e capace ha ben altri problemi da risolvere: il mercato che non offre opportunità associata ad una tassazione fra le più alte del pianeta. Altro che articoli 18 e contratti a tutele crescenti.

Quelle che negli ultimi anni sono state avviate sono delle riforme del personale, non riforme del lavoro e quest’ultima non è nemmeno da considerarsi una riforma ma un prosegue dei provvedimenti della Fornero mascherato con un nome inglese “che fa figo”.

Sento parlare molto spesso di modello tedesco, modello che dobbiamo importare e che dobbiamo fare nostro: dal mio punto di vista va bene. Purchè ci prendiamo anche un po’ di imprenditori tedeschi e manager tedeschi e ci leviamo quei dinosauri dell’imprenditoria italiana legati ad altrettanta politica inetta che li ha sempre sostenuti.

Poi parleremo di riforme del lavoro.

AMT, ATM, ATAC…tante sigle, un problema.

Ricordo i primi anni del 2000 in cui a Milano, dove lavoravo, i lavoratori ATM fecero uno sciopero selvaggio per il mancato, dopo anni, rinnovo del contratto. Nessuna tutela per nessuna fascia di punta, serrande abbassate anche per la metropolitana.

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Città paralizzata, proteste a furor di popolo e….rinnovo ottenuto. Aggiungo, peraltro, che ATM oggi chiude i bilanci in utile (esercizio 2012 utile consolidato di 4,4 milioni).

Se a Genova AMT e, per non fare nomi, ATAC a Roma, con un buco di bilancio più profondo di Alitalia, non sono in grado ne di dare certezze ai lavoratori ne di chiudere i bilanci decentemente, è un problema di gestione. Potranno esserci sicuramente ampie sacche di inefficienza ma il pesce, come sempre, puzza dalla testa.

Le scelte di manager politici e di poltrone divise per placare la fame dei partiti non sono più compatibili con l’esigenza di efficacia ed efficienza per mantenere un’azienda sana. Una gestione aziendale attenta, anche in momenti come questo, può ridurre le emorragie e tenere testa al periodo. Perché alcuni riescono ed altri no?

Il socio privato può intervenire ma nei servizi essenziali, quali il trasporto pubblico, deve esserci il controllo di maggioranza del soggetto pubblico che deve eticamente e operativamente essere in grado di eccellere, incominciando dal merito, dalla coerenza, dalla progettazione e da personale motivato e premiato. Un discorso che va’ esteso al pubblico impiego nella sua interezza dove per persone che non svolgono bene il proprio lavoro ce ne sono molte di più che lo fanno, con impegno e serietà e senza alcun riconoscimento del merito.

Prendiamo ATAC, con un bilancio consolidato al 2012 di indebitamento netto pari a Euro 270 milioni e oltre, con un organico di 11 mila dipendenti circa, una perdita maggiore a quella di Alitalia, ma non sono soli, purtroppo, tante partecipate versano in condizioni disperate. Sono tutti fannulloni? Certo che no, ma chi pagherà il prezzo più salato? La risposta è scontata.

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Ma allora, dov’è il nocciolo della questione? Possibile che non sia “possibile?

No, le ragioni vanno cercate su diversi fronti: innanzitutto società del genere non possono perseguire l’utile inteso come mero profitto che caratterizza il privato ma devono bensì garantire una gestione virtuosa che miri quantomeno al pareggio con un elevato livello di servizio. Qualunque insegnante universitario di diritto e di economia sa bene che l’avvento delle cosiddette “partecipate” non può, a meno che non perdano di vista il loro scopo, competere nel mercato libero come una qualunque azienda privata ma a queste sarebbe sbagliato soprattutto chiederlo.

Poi ci sono diversi ordini di problemi riconducibili a come in Italia è inteso il pubblico impiego, come anticipato: il merito, le capacità manageriali, la spartizione inutile delle poltrone, le buonuscite milionarie, la disparità di retribuzioni tra i livelli più bassi ed i manager, spesso incapaci, corresponsabili di una gestione inefficiente. Tutti sono mali riconducibili allo stesso problema ed il problema va’ estirpato come un cancro rimuovendo le parti insane e lasciando quelle sane. Un società partecipata può essere efficiente e virtuosa se non volteggiano come avvoltoi i partiti tradizionali che si nutrono della carcassa per mantenere il proprio potere, un potere fatto di accomodamenti e spartizioni.

Infine va’ affrontato il nodo del pubblico impiego, valevole per tutte le realtà, in cui il merito non è premiato, logica conseguenza di un sistema che non ne ha interesse perché con la “raccomandazione” o con la “nomina politica”, facce diverse della stessa medaglia, mira al mantenimento della propria area di influenza con buona pace di chi vorrebbe avere dei servizi funzionanti e magari senza buchi di bilancio.

Quando il danno è fatto ed il gioco non funziona più si arriva alla soluzione dei “privati” come deus ex machina con i quali risolvere tutti i problemi e dare servizi migliori. Il servizio migliore, per un privato, è quello che garantisce maggiore utile, come potrebbe in parte essere con ben altra gestione pubblica, ma è pacifico che un servizio “essenziale” non può avere nel suo scopo la ricerca dell’utile ma la fornitura del servizio con la maggiore facilità di accesso: è una questione di approccio, una questione politica.

Per non parlare dei casi in cui i privati non possono rientrare degli investimenti ed allora “il pubblico” si riaccolla il bene, magari al doppio del valore con cui lo ha venduto, ed il cittadino…”paga” come diceva il principe De Curtis.

Il canovaccio è talmente ripetitivo che quasi annoia ma spiace sentire conoscenti ed amici sostenere che questi scioperi creano solo disagi: è vero, lo sciopero crea disagi, anzi, se non li crea è inutile, tanto vale fare un flash mob, ora molto più significativo.

Con un vero sciopero, in cui tutti i lavoratori si riconoscono, come quelli degli anni ’60 e ’70, “ribaltando” le scrivanie e i macchinari, sicuramente qualcuno si rende pronto ad ascoltare. Coloro che non sono realmente a rischio o comunque stanno sufficientemente bene non riescono a cogliere quanto sia difficile la situazione, non accettano proteste di questo genere, ma la realtà è che solo con eventi plateali si possono ottenere risultati in Italia, ancor più in Liguria: una regione in coma profondo, in mano ad una classe politica che mette in nota spese i reggiseni, con infiltrazioni della malavita in molti comuni, alcuni commissariati, un dissesto idrogeologico latente che solo per fortuna non si manifesta come recentemente avvenuto in Sardegna, investimenti nel cemento “armato” e poco altro.

Abbiamo anche noi la nostra sigla dei trasporti, TPL, amministrata da un manager di nomina politica, in attesa che arrivi la soluzione definitiva del trasporto regionale “made in Burlando” si “governicchia”, come per la vicenda del servizio di trasporto degli studenti, per il quale ad un certo punto si era ventilato di dare l’appalto ai privati, poi si è tornato a TPL costringendo i lavoratori a turni insopportabili, con ore di pausa in giro per la provincia, sempre a disposizione. E poi?

Le nuove relazioni contrattuali e le solite polemiche.

Lo stallo creatosi nel mondo sindacale, in particolare nell’ambito delle forme e dei modi con cui rendere esigibile tutto ciò che concerne e deriva della contrattazione fra sindacati e parti datoriali, ha purtroppo dei punti in comune con lo stallo della nostra politica.

Sono facce di una stessa medaglia dove alcuni attori non vogliono in alcun modo sciogliere i nodi che il tempo e le scelte sbagliate hanno provocato.

Nel mondo sindacale sono i due in particolare i temi caldi che l’accordo di Maggio di quest’anno ha cercato di risolvere: la modalità con cui misurare la rappresentatività di una sigla sindacale, con ciò che ne consegue, e l’ esigibilità di un contratto, nato da una “piattaforma” contrattuale posta da una o più sigle ma non necessariamente tutte, e la sua esigibilità appunto verso tutti i lavoratori, ovvero che sia applicata e rispettata da tutti.

Sul primo tema è bene fare un po’ di storia perché ad esso è legata la forte tensione fra le sigle sindacali del settore metalmeccanico, FIOM da una parte e FIM-UILM dall’altra, benché venga da domandarsi cosa ne pensano le altre, come i COBAS, di cui sempre poco si parla ma che anch’essi, nelle fabbriche e non solo ci sono ancora, eccome.

L’accordo interconfederale del Dicembre 1993 definisce le regole con cui costituire le RSU (rappresentanze sindacali unitarie) citando in particolar modo che possono prendervi parte quelle associazioni firmatarie del Protocollo di intesa del Luglio 1993 e/o quelle che comunque sono firmatarie del C.C.N.L. di categoria applicato al reparto o allo stabilimento oggetto di elezioni. Quindi, se la sigla sindacale rientra nelle casistiche di cui sopra può chiedere sostanzialmente l’indizione di elezioni. Tali si svolgono con delle votazioni di lista ed i seggi disponibili, variabili in base al numero di addetti a partire da 3 seggi, vengono assegnati proporzionatamente sulla base dei voti ricevuti. C’è però una complicanza, questo avviene su 2/3 dei seggi disponibili, il comma 2 del succitato accordo di Dicembre prevede che 1/3 sia dedicato esclusivamente alle sigle firmatarie del contratto collettivo di categoria. E’ bene ricordare che non tutte le sigle sindacali regolarmente presenti nel mondo dei sindacati sono necessariamente firmatarie di contratti, tipicamente i cosiddetti Cobas che non partecipano ai tavoli contrattuali ma anche, formalmente, per la FIOM nel settore metalmeccanico.

Evidentemente chi allora fece questo accordo, CGIL, CISL e UIL, ritenne che chi firmava dovesse essere favorito: sbagliato perché non è un principio democratico, anzi provocatoriamente parrebbe che chi non firma è sostanzialmente messo in una condizione di subire successivi ed ulteriori  aggravi, inoltre non garantisce reale rappresentatività, ma tant’è andò bene fino a pochi anni fa perché andava a ledere sigle sindacali generalmente meno presenti e soprattutto non sostenute politicamente dai partiti storici di inizio anni 90’, con le successive trasformazioni “trasformiste”: CGIL-PCI, CISL-DC, UIL-PSI.

Una nota di colore: nel protocollo di Luglio l’unica associazione che mise nero su bianco la sua contrarietà a destinare 1/3 dei seggi delle votazioni per RSU alle sigle sindacali firmatarie dei contratti collettivi fu la CONFEDIR, la confederazione dei dirigenti e quadri nella pubblica amministrazione.

Con il passare degli anni, senza particolari drammi, si arriva al contratto collettivo dei metalmeccanici del 2008 che viene siglato da tutte le 3 sigle appartenenti ai sindacati confederali. Ma contestualmente arriva la “bomba” FIAT con Marchionne che esce da Confindustria, quindi disdice il contratto poiché la sua parte datoriale che lo aveva firmato non lo rappresenta più e si apre il noto scenario dei contratti dedicati al settore Auto con i referendum delle diverse sigle, l’aspra contesa con la FIOM e le diverse piattaforme contrattuali per un nuovo contratto collettivo che arrivò nel 2009: il risultato finale fu quindi un contratto sottoscritto solo da FIM e UILM con l’esclusione della FIOM, successivo comunque ad un referendum in FIAT in cui la FIOM, per pochi voti, andò in minoranza.

Al di là di questa spiacevole e molto complessa vicenda, il nocciolo della questione è però proprio quanto nel 2011 e poi a Maggio di quest’anno i sindacati confederali hanno provato a dirimere, riscrivendo sostanzialmente le regole per la rappresentanza.

Si tratta in pratica come valutare e pesare una sigla sindacale: in base agli iscritti ed in base ai voti presi nelle elezioni per le RSU con una media pesata al 50% per ciascuno dei 2 fattori. Chi a livello nazionale conta quindi un valore maggiore o uguale al 5% fra  i lavoratori dello stesso settore (metalmeccanico, bancario o chicchessia purché nel privato), può sedere al tavolo della trattativa per i contratti collettivi. Un principio assolutamente corretto e tutto sommato simile ad una sorta di soglia di sbarramento.

Peccato che questo passaggio purtroppo abbia lasciato ancora irrisolta la faccenda dell’ 1/3 dei seggi: oggi come oggi ci sono delle nuove regole ma non è stata definita la modalità per superare questo punto ed ora FIOM, FIM e UILM “giocano“ a chi non vuole fare il primo passo. Da un lato la FIOM non è firmataria di contratto e quindi formalmente non potrebbe averne diritto, dall’altro ci sono però delle nuove regole con cui misurare la rappresentatività che sicuramente danno un peso importante alla FIOM. Il nodo da sciogliere è però strettamente legato all’altra questione, cioè l’esigibilità dei contratti.

Le nuove regole contenute nell’accordo di Maggio 2013 prevedono che ci possano essere, in fase di contrattazione collettiva, più piattaforme di proposta contrattuale: la parte datoriale darà precedenza a quella sostenuta dalla sigla/sigle che hanno un livello di rappresentatività come sopra descritto del 50% + 1.

E come sopra, se tale piattaforma sarà quella che diverrà contratto appunto sostenuta dal 50% + 1 delle organizzazioni sindacali, dovrà essere sottoposta a consultazione ed approvazione a maggioranza semplice da parte dei lavoratori della categoria coinvolta, secondo modi e tempi da definire in ciascun CCNL.

A questo punto parrebbe esserci la soluzione dei problemi di rapporti e pesi “contrattuali” nel mondo dei sindacati purché si riscriva definitivamente il regolamento per le elezioni delle RSU, cancellando il, “privilegio” dell’1/3, e si proceda quindi a fare elezioni laddove necessario per aggiornare i dati ed avere dei livelli di rappresentatività oggettivi.

Un’ultima nota per il settore metalmeccanico: la soluzione qui è ancora in itinere. Da un lato la FIOM continua a non riconoscere la validità del contratto collettivo dei metalmeccanici del Dicembre 2012 benché anche per via giudiziale ne sia stata confermata l’esigibilità, dall’altro FIM e UILM non intendono procedere a rinnovi di RSU rinunciando alla quota di 1/3 di cui formalmente avrebbero diritto.

Facciamo tutti un passo avanti: i primi accettino il contratto così come ora, magari dicendo che non gli piace così nessuno si sente offeso, i secondi diano il benestare in via transitoria, fino alla definitiva scrittura delle regole,  a fare elezioni aperte che peraltro vedrebbero un’interessante partecipazione anche di altre sigle, non solo la FIOM, tutte alla pari.

Chissà, magari qualche nuova organizzazione sindacale potrebbe farsi avanti e rivoluzionare il settore.

La Rappresentatività.

Dopo diversi anni di tensioni ed aspre polemiche, accesi dibattiti e contratti discussi e discutibili, le organizzazioni sindacali confederali insieme a Confindustria, sono finalmente giunte ad un accordo sulla rappresentatività il 31 maggio 2013. In sostanza stiamo parlando di quella misura che determina quali sindacati sono titolati a fare contratti collettivi “erga omnes”, come disciplinato dalla legge, e con quali regole.

Non è affatto un tema banale proprio perché i contratti collettivi di lavoro, con ciò che ne consegue, impattano milioni e milioni di lavoratori, con le relative imprese, e fino ad oggi si viveva una intensa discussione su chi avesse titolo per fare contratti collettivi che poi erano applicati a tutti: ho già toccato parzialmente il tema in un mio precedente articolo.Riferendomi in particolar modo al sindacato di categoria FIOM – CGIL, dei metalmeccanici, particolarmente incline allo scontro ideologico sulla materia della rappresentatività e della validità degli accordi.

Ma entriamo nel merito: di fatto buona parte dei contenuti erano già stati definiti nell’accordo interconfederale del 28 giugno 2011 (http://it.wikipedia.org/wiki/Contratto_collettivo_aziendale_di_lavoro) , non firmato dalla FIOM, ed oggi sono stati attuati e ribaditi quei propositi; comunque sia il principio regolatore sarà fondato nella misurazione degli iscritti al sindacato in questione ed i votanti alle elezioni delle RSU. Il mix tra numero di iscritti e numero di votanti (non necessariamente iscritti) darà luogo alla valutazione della percentuale di rappresentatività sull’insieme dei lavoratori. Questi 2 fattori saranno proporzionatamente considerati per la soglia del 5% oltra la quale, se superata, il sindacato in questione potrà avere titolo a sedere al tavolo della trattativa con la controparte datoriale, ovviamente intendendosi la contrattazione nazionale.

Sul fronte giurisprudenziale, in tema di rappresentatività e di come è “normata”, si è espressa la Corte costituzionale, con le sentenze n. 54 del 1974, n. 334 del 1988 e n. 30 del 1990. (21) E’ stata affermata, dalla Corte, la legittimità della selezione dei sindacati rappresentativi, a cui attribuire diritti e prerogative ulteriori rispetto quelli attribuiti a tutte le associazioni sindacali, “se tale selezione ha luogo in virtù di elementi giustificativi rispondenti a criteri di ragionevolezza.” : ecco che in questa definizione vi era nascosto qualche elemento poco chiaro che con gli accordi di giugno 2011 e maggio 2013 si sono chiariti in via definitiva. Temi che in qualche modo per il pubblico impiego erano già stati sanati.

E’ comunque materia delicata, di cui vi sono ampie trattazioni di diritto che peraltro ai semplici lavoratori lasciano un po’ di amaro in bocca: si discute dei loro diritti o dei diritti delle organizzazioni sindacali? La seconda, evidentemente e non tanto nei confronti delle organizzazioni dei datori di lavoro ma fra loro stesse: molte energie spese inutilmente se ci fossero meno sindacati politicizzati ed un rapporto più diretto con i lavoratori.

La rappresentatività è un tema che và a braccetto con la rappresentanza, come la politica anche i sindacati raccolgono gruppi di interessi formati dai lavoratori che delegano un sottoinsieme di persone a “trattare” per loro, con i limiti tipici del caso, dove non necessariamente tutti sono in accordo, ma tant’è questo oggi è il sistema.

L’altro aspetto peculiare dell’accordo è il concetto di “esigibilità” di un contratto: ovvero un contratto collettivo firmato dai sindacati è effettivamente applicabile a tutti? E se uno o più sindacati non lo avessero firmato perché non in accordo, sarebbe questo ugualmente applicabile? Ebbene il principio sancito e controfirmato dalle 3 organizzazioni sindacali, la Triplice, oggi maggiormente rappresentative, è quello della maggioranza semplice ovvero il 50% + 1. Insomma se un contratto è firmato da organizzazioni sindacali, anche una sola, che misurata con il criterio di alcuni capoversi precedenti, allora tale è valido e soprattutto “esigibile” dovendosi quindi tutti adeguare e rispettare al valore normativo del contratto così firmato.

Questo mette fine a molte polemiche, agli accordi separati ed alle recriminazioni del caso con dei numeri e delle soglie ben precise cui adeguarsi. Al di là delle opinioni sul mondo sindacale, che ricordo non essere in altri paesi visto come un problema ma come una risorsa (cfr. Germania), un approccio direi “scientifico” che dà la misura concreta del peso di ogni soggetto. Un po’ come una soglia di sbarramento per accedere agli scranni del Parlamento, durante le elezioni nazionali.

Sarebbe interessante pesare certe associazioni, comitati o gruppi vari che tendono ad imporre con forza ed insistenza le proprie visioni in rappresentanza di porzioni più o meno ampie di cittadini quando in esse non sia chiaro il livello o la percentuale di rappresentatività ed il peso che, con una certa regolarità, dovrebbero ricevere.

Un po’ di regole di rappresentanza forse sarebbero utili per dirimere discussioni e lungaggini poco produttive in molti settori della società civile.