Grecia, “una faccia una razza.”

Il detto ha origini antiche ma non chiare, è però palesemente accettato che accomuni greci ed italiani non solo da un punto di vista morfologico ma soprattutto dal punto di vista culturale. Ambedue siamo eredi infatti di culture che hanno dato un impronta indelebile al mondo che conosciamo, Grecia antica, ellenismo dopo, Roma e la cultura latina insieme sono il solco tracciato per cui siamo ciò che siamo. Eppure, con le dovute cautele, sia Italia che Grecia sono nobili decadute, grandi paesi in cerca di riscatto che negli equilibri mondiali hanno perso, o certamente ammorbidita, quella assoluta leadership culturale, economica e militare che potevano indubbiamente vantare millenni orsono.

 alejandro2 partenone colosseo

Oggi siamo ingabbiati in una fase di transizione che per ambedue i paesi, in forme più accentuate e più complesse per la Grecia meno per l’Italia, non ci rende giustizia. Non rende giustizia alle potenzialità che rendono uniche queste realtà e che hanno un valore talmente importante dal punto di vista culturale che è un delitto non valorizzarlo ed esportarlo come un prodotto di cui tutti potrebbero trarne beneficio. Ma la vicenda su cui vorrei fare alcune riflessioni è legata purtroppo a questioni meno nobili se vogliamo, ma oggi più che mai determinanti.

Siamo nell’Unione Europea, un progetto fantastico iniziato quasi mezzo secolo fa, che doveva dare vita ad un grande organismo politico ed invece si è arenato su 2 scogli: una profonda crisi economica e una moneta unica, l’Euro. Vorrei solo fare una precisazione, quando fu introdotta la moneta unica, personalmente ero entusiasta e pensavo a come avrebbe consentito ai cittadini di vivere meglio, sia nel tempo libero (turismo), sia nel lavoro (commercio e industria).

Mentre la crisi ha una sua dimensione, delle cause complesse e delle conseguenze non prevedibili che non tratterò qui, la moneta unica è stata una scelta consapevole che doveva accompagnarsi ad una politica fiscale unica ed una politica economica unica, insomma una “politica” europea. Questo processo si è arrestato, ed ora ci rimane una moneta unica, una Banca Centrale NON di proprietà degli stati dell’Unione e una calibratura di questa moneta che non ha nessuna relazione con le economie dell’Europa del sud.

Per tornare alla Grecia ora la vittoria del leader greco di sinistra Tsipras ha evidenziato alcuni aspetti che non possono passare inosservati. La Grecia è un paese in crisi da molto tempo perché ha avuto una economia debole, una politica democratica giovane, ricordiamo che i Colonnelli erano al potere ancora negli anni 70, un po’ come in Spagna e Portogallo, un livello di corruzione altissimo dove però hanno mangiato tutti, banche straniere, fondi finanziari speculativi, aziende tedesche o italiane o inglesi o francesi che con un consolidato sistema di mazzette hanno consumato come un cancro il paese. Ed ora lo lasciano marcire.

In Italia diverse forze politiche tendono ad appropriarsi del nome di Tsipras come loro cavallo di battaglia, mi riferisco ad alcune forze di sinistra, ma la vittoria non è una vittoria di un partito di sinistra o quantomeno non è il punto principale: è la vittoria di una forza politica che vuole a tutti i costi salvare il paese dal baratro e che in questo momento non ha più sovranità, è la vittoria di una forza politica che pretende di rinegoziare dei contratti che sono uno strozzinaggio de facto.

Ho ascoltato le interviste del ministro greco Varoufakis, persona sicuramente carismatica e intelligente, sta facendo il suo lavoro. Lo fa con gli “attributi”, quelli necessari quando si sta giocando una partita difficile, lo fa attaccando direttamente il paese la cui politica è cieca perché non “comunitaria” e “solidale”, la Germania. Il paese che è riuscito a disegnare la sua economia intorno all’Euro, o forse è riuscito a disegnare l’Euro intorno alla sua economia. Peraltro ho apprezzato molto il passaggio sullo stritolare una nazione con debiti fino a soffocarla, passaggio che dovrebbe ricordare quanto vissuto dalla Germania con la Repubblica di Weimar, magari con qualche ricordo rivissuto durante la riunificazione tedesca con cui il cancelliere Kohl ottenne una risultato storico ma ad un prezzo che alcuni sostengono pagato anche dalle economie dei paesi vicini.

E’ comunque evidente un atteggiamento ostile della BCE che in risposta ha deciso di non accettare più i titoli di Stato ellenici detenuti dalle banche del Paese in cambio di liquidità mettendo con le spalle al muro la Grecia che di fatto non ha chiesto di essere esentata dal pagare i propri debiti ma ha chiesto in sostanza di farlo con maggiori dilazioni e agganciando la propria solvibilità alla crescita.

Io pongo la questione anche da un punto di vista semplicistico, ma concreto: non ci sono dubbi che la Grecia ha dei debiti, e tecnicamente li ha anche con altri paesi stranieri. Il grafico sottostante (fonte Economist) riporta a sinistra (dato di metà 2014) l’ammontare assoluto del debito sovrano: l’Italia guida la classifica con un debito che a Ottobre 2014 ammonta a 2.157,5 miliardi di Euro (fonte Bankitalia). Seguono Germania e Francia, gli altri ben staccati, come la Grecia.

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Osservate invece la parte a destra che fornisce una composizione schematica del debito dove la Grecia è in assoluto il paese maggiormente indebitato verso l’estero. Andando a citare dati da un servizio di Panorama, l’ammontare totale dell’esposizione finanziaria di Atene (dati di ottobre 2014) è di 320 miliardi di euro, di cui il 17% (54 miliardi circa) è in mano ai privati. Un altro 10% (32 miliardi) è del Fondo Monetario Internazionale mentre l’8% (quasi 26 miliardi) fa capo alla Banca Centrale Europea, a cui va aggiunto un ulteriore 3% (poco più di 9 miliardi) della banca centrale greca. Totale: circa 120 miliardi di euro in tutto. Quasi 200 miliardi, cioè il 62% del totale, è invece in mano ai governi dell’Eurozona, Italia compresa.

Cosa significano questi numeri:

  • Che il debito italiano è una cifra tale che in confronto la Grecia è una nocciolina;
  • Che la composizione del debito greco desta interesse perché molti “stranieri” rivogliono i propri capitali;
  • Che la composizione del debito italiano è tale che forse, a molti, potrebbe interessare “relativamente poco” un default del nostro paese;
  • Che certamente come prestatore anche l’Italia è corretto voglia controllare che ci sia un processo di rientro dei propri capitali;

Ed infine mettere in campo tutte le azioni perché la Grecia sia in grado di onorare il proprio debito è prima di tutto “buon senso”, non accogliere le richieste volte a favorire uno sviluppo degno di questo nome, da qualunque membro di zona Euro provengano, è follia. Oppure conferma che il progetto moneta unica come ora in vigore è fallito. Ed allora si facciano le valutazioni del caso.

Sviluppo e “contrario”

uno due

Sono andato a cercare su alcuni dizionari di sinonimi e contrari l’opposto di “sviluppo”. Vi sono differenze contestuali al significato attribuito al termine. Se per sviluppo intendiamo aumento, abbiamo il contrario “diminuzione”. Se progresso, abbiamo “regresso”, se evoluzione abbiamo “involuzione”, se di un pensiero è svolgimento abbiamo “riassunto”. Del termine indicato sentiamo quotidianamente tesi, opinioni, programmi e roboanti annunci di molti, dalla politica ai sindacati, dalle associazioni industriali e quelle economiche ma forse si può pensare in modo sistemico anche al suo contrario, al contrario dello sviluppo. Ciò vorrebbe dire operare in un contesto di “diminuzione”, “regresso” e “involuzione”, forse meno accattivante e più complesso, certamente poco a favore dei riflettori e della ribalta nei media.

Questa piccola premessa allo scopo di anticipare qualche riflessione basata anche e non solo sul territorio locale, savonese e non, in cui effettivamente ed oggettivamente siamo in un contesto contrario allo sviluppo. Lo dicono diverse statistiche e articoli recenti pubblicati sui quotidiani, lo dice la realtà quotidiana: area in forte involuzione demografica, riduzione degli stipendi medi, riduzione dell’occupazione in tutti i settori, riduzione del territorio disponibile grazie al fenomeno tristemente ligure della “rapallizzazione” di cui la nostra area ha tratto, purtroppo, eccellente insegnamento. In generale un quadro contrario dello sviluppo nelle sue diverse accezioni.

Forse andrebbe rivisto il modo con cui si affronta la questione, partendo dal contrario e studiando punto per punto lo stato dell’arte di ogni area e rivalutando come si possa intervenire per fermare il trend e “ripartire” con un vero sviluppo operando però in un contesto contrario allo sviluppo.

Cosa vuol dire in pratica? Provo a fare qualche riflessione. La rapallizzazione ligure ha dato benefici ad alcuni, pochi e soliti, e un contesto territoriale frastagliato, spiacevole, dissestato. Brutto. Fermarla è necessario per ravvivare un settore fondamentale come quello del turismo, perché ci serve un territorio bello e perché sia bello ci sono tanti ambiti in cui intervenire per rinnovare, efficientare riducendo i consumi, migliorare, ristrutturare. Una inversione di tendenza verso lo sviluppo, la “diminuzione” di una attività a favore dell’ ”aumento” di un’altra attività.

Altro esempio. Aziende e imprenditoria in cui i costi della produttività di cui scrissi in un mio precedente articolo: sono un freno e un limite.

Certamente l’ambito territoriale non può tutto ma convenzioni di comuni potrebbero prevedere fortissime defiscalizzazioni per attrarre investimenti compatibili con il territorio e i cittadini, in linea con una area che vuole essere bella, anche per il turismo che è una delle potenziali “aziende”. Negli stessi bacini territoriali si potrebbero attivare contestualmente gli strumenti per tutelare ed aiutare coloro che sono in difficoltà economica, anche a causa di problemi occupazionali. Sviluppo nella riduzione.

Il costo della vita è alto, il costo delle case è alto. Sono legate? In parte si, perché se è vero che vi è un altissimo numero di immobili sfitti è altrettanto vero che se vi fossero più compravendite sarebbero, per leggi di mercato, più opportunità di acquisto e prezzi più favorevoli. E’ altrettanto vero che la “diminuzione” della domanda è un limite imposto dalle minori disponibilità economiche di coloro che vorrebbero comprare, stretta del credito e affini, le cause. Qui, un “aumento” nella possibilità di disporre del credito necessario è indispensabile per i giovani. Riduzione del credito contro aumento del credito; sviluppo locale se le banche locali, anziché essere coinvolte o farsi coinvolgere in casi a dir poco nebulosi, dialogassero con il territorio in modo da essere più vicine e raggiungibili.

La sanità è un settore in sviluppo? Per alcuni si, purtroppo. Se fosse applicabile un concetto di mercato più malattie ci sono meglio è per i settori sanitari e farmaceutici, ripeto, in ottica del privato. Oggi pare proprio che lo scenario sia questo pur con una vita media più lunga che in passato. Questo è un caso in cui, benché in così poche righe con si possa argomentare il concetto, è opportuno puntare ad una “riduzione” o “contrazione” dei consumi: insomma un settore complicato dove se il paziente è il business, saperlo in mano a un privato mi terrorizza.

Penso anche ad un caso di cui si discute in questi giorni, il porto e la riduzione della Authority. E’ un settore in crescita? Così pare stante il comunicato del Maggio 2014, fermo restando la progressiva incidenza negativa dell’import di materiale solido quale il carbone per la centrale di Vado, ferma ora e prossimamente. Settore pur tuttavia in crescita quindi. Ma il timore di un accorpamento nel quadro generale del riordino delle Authority portuali provoca timori di contrazione. Partendo da questo invece il problema và visto nella governance del porto, non nelle sue potenzialità: un accorpamento che potrebbe dare specializzazioni spinte per ogni ambito territoriale portuale e incrementare ancor più i traffici. Autonomia decisionale e focalizzazione su specifici business per la crescita.

Vedremo con il tempo quali azioni si svilupperanno sul territorio: chi pensa allo sviluppo, chi alla contrazione, chi ad ambedue auspicando che chi pensa, pensi veramente per lo sviluppo partendo dal suo contrario come ora fotografato.

Una giornata semplice

Domenica scorsa si è svolto a Genova uno degli eventi più importanti per il Movimento 5 Stelle ovvero la terza edizione del V-Day, un momento di incontro per fare il punto della situazione e lanciare nuovi messaggi ai cittadini.

imgL’occasione è stata quanto mai propizia perché pur essendo una giornata di freddo pungente il tempo è stato clemente e la partecipazione ampissima: colpiva nella folla numerosa la tranquillità e l’entusiasmo di voler partecipare per “ascoltare”, non solamente “esserci”, molti poi hanno trovato spazio nel confronto aperto con i parlamentari a completa disposizione per raccontare e spiegare il lavoro svolto.

Una formula unica arricchita dal discorso di Beppe Grillo che si è dedicato una parte del tempo lasciandone tanto altro a persone come Dario Fo, tanto per non fare nomi, o Paul Connett, il “visionario” della strategia rifiuti zero al quale dobbiamo molto per il solo entusiasmo con cui esorta a perseguire con forza una strategia. Vorrei dire ai diffidenti o mugugnoni che per quanto possa essere arduo il percorso, magari anche tecnicamente,  avere una strategia è quantomeno il primo passo per perseguire un obiettivo, con il mugugno o l’auto sospensione dalle imposizioni di legge (vero Burlando?) per il raggiungimento delle percentuali richieste di raccolta differenziata, non andremo da nessuna parte. Bello l’intervento di Micah White, attivista del movimento Occupy Wall Street che ha toccato alcune questioni cruciali tra cui il fallimento del modello finanziario “estremo” fondato…sul debito. Altri ospiti si sono avvicendati sul palco, ognuno con un contributo ed ognuno con un messaggio.

Molta gente quindi in un clima semplice, di festa con molta curiosità ed estrema attenzione nell’ascoltare i discorsi, i capannelli che quasi naturalmente si formavano vicino ai parlamentari o ai tanti consiglieri presenti, anche loro impegnati comunque nel fare o ridare, se vogliamo, nobiltà alla politica.

Piatto forte della giornata è stata la presentazione del cuore di quella che sarà la proposta politica del Movimento alle prossime elezioni europee che è sintetizzata in 7 punti:

1. Referendum per la permanenza nell’euro

2. Abolizione del Fiscal Compact

3. Adozione degli Eurobond

4. Alleanza tra i Paesi mediterranei per una politica comune finalizzata eventualmente all’adozione di un Euro 2

5. Investimenti in innovazione e nuove attività produttive esclusi dal limite del 3% annuo di deficit di bilancio

6. Finanziamento per attività agricole e di allevamento finalizzate ai consumi nazionali interni

7. Abolizione del pareggio di bilancio

A guardar bene tocca il nocciolo della questione ovvero il precario equilibrio economico in stretta relazione con la moneta unica. Moneta, peraltro, non adottata da tutti i paesi dell’Unione per la quale non viene messa in discussione la forma, ma la sostanza, nel tentativo di arrivare realmente all’Unione Europea, ma delle persone, della condivisione e, soprattutto, della collaborazione.

Già in passato avevo toccato il tema relativo al Fiscal Compact raggiungibile a questo link, che può essere messo in stretta relazione con l’abolizione del pareggio di bilancio e gli Eurobond, diversi tasselli dello stesso mosaico economico; è infatti condivisa da molti, in diverse aree politiche e geografiche, l’idea che uno strumento del genere tenda a schiacciare le economie che, forse meno virtuose, hanno comunque un andamento differente da quelle più solide “tedesco-centriche”, ma non per questo prive di ampissime potenzialità, come sempre è stata l’Italia, fino all’adozione dell’Euro.  I grafici che durante l’intervento di Beppe Grillo venivano mostrati riportavano comunque dati ed informazioni che si possono trovare in rete e certamente, per la nostra realtà economica, la moneta unica e le regole che la registrano, non ha saputo, per ora, dare le risposte attese.

In passato tutti quando abbiamo visto il prezzo di una pizza margherita passare da 4.000 Lire a 4 Euro, forse, qualche riflessione su chi, come e perché si fosse costruito  questo modello, avremmo dovuto farla. Quindi, il dubbio è decisamente lecito.

E cos’è un Euro 2 per quelle aree con economie più lente, coma la nostra o la Spagna, la Grecia etc… se non una alternativa, anche temporanea, per avere maggiore libertà, ad esempio , di svalutazione con lo scopo di aumentare le esportazioni verso altri paesi “non Euro” o paesi Euro con una marcia più veloce?

Oggi ad esempio la Germania fonda principalmente la sua politica economica sulle esportazioni  grazie ai benefici che la moneta unica comporta per la loro economica, d’altronde quanti prodotti tedeschi vediamo sempre più affermarsi nel nostro paese? Non è un caso e, addirittura, è prossima un’indagine in questo senso (http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2013-11-13/la-ue-apre-indagine-surplus-bilancio-germania-barroso-italia-ancora-sotto-analisi-132234.shtml)

Sicuramente i punti verranno arricchiti in un dibattito che si svilupperà all’inizio del prossimo anno, ma c’è molta materia interessante già ora come anche la valorizzazione dei prodotti agricoli al fine di premiarne i consumi interni: un “chilometro 0” a livello nazionale. Cosa c’è di sbagliato? Molti paesi ben più liberisti del nostro tutelano le proprie produzioni, come gli Stati Uniti ad esempio, sembra invece che l’Unione Europea sia una sorta di “terra di mezzo”. Caso vuole che anche per elementi più spiccioli ovvero nell’elaborazione di nuovi progetti o nuove metodologie cofinanziate dall’Unione nell’ambito dei vari programmi quadro di ricerca o sperimentazione, accada frequentemente che tali vengano adottati o diciamo “presi” da paesi extra UE.

L’impressione, poi non tanto impressione, è che oggi l’Europa unita sia un grande mercato unico delle merci dove si vendono anche porzioni di sovranità nazionale dei paesi membri; tutto è in vendita,  anche il debito pubblico dei paesi come il nostro.

Dobbiamo approcciare su 2 livelli: intervenire sia sul modello con cui è disegnata la politica dell’Unione Europea, un lavoro a medio-lungo termine politico, sia sulle regole della monete unica, lavoro invece da fare a breve termine, di carattere più tecnico ma che deve essere indirizzato da una diversa politica intrapresa all’interno della stessa UE, passaggio indispensabile affinchè si possa parlare di sviluppo dell’area Euro e di tutta l’Europa.

NdR: mentre scrivevo questo articolo è stata emessa la sentenza della Corte Costituzionale. Dopo anni, finalmente, è arrivata  la Corte  dove non voleva arrivare certa politica: l’attuale legge elettorale è, sicuramente, incostituzionale in alcune parti che la sentenza a breve descriverà. Ma è soprattutto una legge elettorale che limita il diritto ai semplici cittadini di scegliere i propri rappresentanti dando un peso al voto in modo completamente distorto con il premio di maggioranza, peraltro poi disatteso come adesso da coalizione che dopo il voto si sciolgono, cambiano nome, vanno al Governo, poi all’opposizione….

Un grazie all’Avv. Aldo Bozzi, su questo punto ha fatto meglio di 3 legislature e centinaia di politici che si sono avvicendati al “potere”.

Il drago Draghi.

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Mario draghi, il presidente della Banca Centrale Europea, con una mossa parzialmente inaspettata ha abbassato ulteriormente il livello dei tassi di interesse nell’Eurozona, portandolo allo 0,25%, minimo storico dall’esistenza della moneta unica.

Per Draghi l’andamento dei tassi di interesse è correlato all’andamento del tasso di inflazione e la sua policy, nella strenua difesa del fortino Euro, è stata fino ad oggi quella di allontanare il rischio, concreto, della  “deflazione” intervenendo con una politica accomodante.

Le questioni in gioco sono 2 quindi: l’andamento dell’Euro in termini di tasso di interesse e il livello di inflazione nei paesi con moneta unica.

Abbassare il tasso di interesse ad un ulteriore minimo storico non avvantaggerà certamente i normali cittadini con mutuo, cosa a cui tutti normalmente pensano: i mutui legati al tasso di scambio dell’Euro si stima siano, in Italia, meno del 2%. Gli altri sono tutti legati all’Euribor, per lo più a 3 mesi, che non è in diretta relazione con il tasso Euro e peraltro sono già a livelli talmente bassi che non è pensabile una ulteriore riduzione: nessuna banca oggi presterebbe denaro senza un tasso minimale di interesse ad altre banche. Potrebbe avvantaggiare le varie banche che si fanno prestare denaro dalla BCE ma ad oggi le stesse non rimettono in circolo il denaro ricevuto e questo, di per sé, è un grosso limite ed un errore nelle regole esistenti.

L’altra questione che preoccupa è il tasso di inflazione che si attesta mediamente sullo 0,7%, in picchiata dall’anno scorso in cui era al 3,2%. Non entriamo nelle teorie economiche che definiscono cos’è l’inflazione ma basti sapere che l’effetto finale è che a parità di moneta disponibile, un bene o un servizio costa di più. L’inflazione per la BCE deve essere mediamente al 2%, valore peraltro simile a quanto veniva perseguito in Italia nella prima metà del ‘900, ed oggi la tendenza è che il valore dei prezzi salga sempre di meno, addirittura in uno scenario simile a quanto accaduto in Giappone, possa scendere ancora. Da notare che il Giappone non è fallito, non ci sono state orde di barbari nelle strade ma ha, con fatica, tenuto i tassi di interesse allo zero per molti anni, aumentato le esportazioni e “svalutato” la moneta. Qui si parla di “deflazione”. Cosa comporta?

Pensare che la diminuzione dei prezzi sia un vantaggio oggettivo è sbagliato perché tutti noi siamo consumatori ma anche “produttori” e tutto il sistema produttivo si troverebbe a fare i conti con prodotti o servizi con minore utile, conseguenze dirette sono la riduzione dell’occupazione, in un contesto dove la produzione stessa diminuisce proprio perché viene ridotta la domanda ed il valore del prezzo finale.

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Un gatto che si morde la coda visto che il livello di disoccupazione medio in area Euro è al 12%, senza contare quella giovanile che in paesi come il nostro supera il 30%.

Fatte queste premesse è chiaro che lo scenario futuro è grigio, per usare un eufemismo, ma soprattutto non è condivisa la visione dello stesso futuro monetario. La politica di austerità imposta dalla leadership tedesca sta mettendo a dura prova la tenuta sociale dell’Europa che dimostra enormi differenze da paese a paese, ne avevo già fatto cenno in un mio precedente articolo.

Siamo di fatto tenuti forzatamente uniti da una moneta che molti economisti mettono in discussione non tanto per pregiudiziali politiche ma quanto perché non ha la flessibilità necessaria per affrontare un periodo come questo.La realtà è che siamo sempre più prossimi all’inevitabile scelta da affrontare ovvero se investire tutto nella costruzione di una Europa Unita, disegnata tramite la politica sui bisogni della società e dei cittadini che ne fanno parte, anziché una “Moneta Unita” disegnata sulle necessità di alcune lobby di potere, grandi banche, pochi paesi beneficiari di cui noi cittadini ne subiamo le scelte, senza reali benefici.

Forse dovremmo rispolverare le speranze e le idee di Giuseppe Mazzini che con la sua Giovine Europa si prefissava di promuovere l’indipendenza e l’emancipazione dei popoli dalla sudditanza ai regimi assoluti, ma oggi chi sono i regimi assoluti? Gli Stati sovrani o, forse, le Banche Assolute?

“TARES e quales” ad un balzello medioevale.

In questi giorni per molti savonesi, con l’arrivo del primo caldo estivo, è giunta un’amara sorpresa: gli “avvisi bonari” di pagamento del nuovo tributo TARES, ma di bonario, nella reazione di chi lo riceve c’è ben poco, anzi, solo la vergogna che si può provare nel mettere il classico dito nella piaga.

E’ una batosta rispetto alla vecchia Tarsu, ora molto più simile all’IMU, ma già lo si sapeva: cifre persino raddoppiate, o giù di lì, ma facciamo un po’ di cronistoria degli eventi per capire come siamo arrivati a questo punto.

IERI, 2012

uno

OGGI, 2013

due

 

Con il Dl 6 dicembre 2011, n. 201Disposizioni urgenti per la crescita, l’equità e il consolidamento dei conti pubblici (cd. “Salva Italia”)”, il buon Monti parte alla carica con le sue iniziative illuminanti ed innovative, aumentare la pressione fiscale sui ceti medi: che trovata geniale e realmente innovativa!

La nuova tassa sui rifiuti e sui servizi viene introdotta per accorpare in un’unica tassa  le diverse fasi della gestione dei rifiuti, indirizzata a tutti i destinatari ed utenti potenzialmente in grado di produrre rifiuti appunto; il nuovo tributo andrà a finanziarie sia il prelievo previsto per il servizio di smaltimento dei rifiuti svolti dai singoli comuni sia all’amministrazione centrale  così come originariamente previsto dal decreto sul federalismo municipale. Quindi l’obiettivo è avere un’unica tassa sia per la gestione, sia per la raccolta, che per lo smaltimento e che abbraccerà utenti persone fisiche ed esercizi commerciali. Da notare che l’elemento distintivo per il pagamento è il possesso e non la proprietà del “bene”, al contrario di quanto poteva avvenire con TIA e TARSU.

Sfogliando un po’ di normative come la delibera comunale di attuazione (http://images.comune.savona.it//IT/f/ilconsiglio/Delibere/2013/15/15307_COMUNESVML_2342013.pdf) ed il regolamento comunale di Savona che ne regolamenta l’applicazione (http://images.comune.savona.it//IT/f/Tributi/TARES/15/15379_COMUNESVML_2442013.pdf), deliberato dal Consiglio comunale nell’Aprile 2013, con i voti contrari dell’opposizione, in particolare del M5S,  si può rilevare che la struttura dell’imposta è data dalla componente rifiuti, comprensiva di tutti i servizi connessi all’intero processo di gestione dei rifiuti  e componente servizi: qui si paga pure l’illuminazione pubblica, cosa c’entra con i rifiuti non è chiaro. Forse serve ai netturbini di ATA di prima mattina in inverno.

A parte le battute, la determinazione della tariffa avviene “in base alle quantità e qualità medie ordinarie di rifiuti prodotti per unità di superficie e ad essa si applica una maggiorazione, pari a € 0,30, modificabile in aumento dal Comune fino a € 0,40, per metro quadrato di superficie assoggettabile allo stesso, costituente la componente servizi del tributo.

Il gettito della componente rifiuti è destinato in toto alla copertura del 100% del servizio per il quale, il soggetto gestore, nel caso del Comune di Savona è ATA, deve annualmente fornire il piano finanziario dell’anno successivo comprensivo degli obiettivi di miglioramento, salvo conguagli, disciplinato secondo i criteri di determinazione dei costi del servizio di gestione dei rifiuti stabiliti con i criteri contenuti nel D.P.R. 158/1999 che di fatto dà ai Comuni ampio mandato per la determinazione della tariffa.

La tariffa è composta da due quote, l’una – detta quota fissa – determinata in relazione alle componenti essenziali del costo del servizio di gestione dei rifiuti, riferite in particolare agli investimenti per le opere ed ai relativi ammortamenti, e l’altra – detta quota variabile – rapportata alle quantità di rifiuti conferiti, al servizio fornito e all’entità dei costi di gestione. Ad essa sono connessi 2 coefficienti, uno per la quota variabile, più elevato, ed uno per la quota fissa che vengono moltiplicati con la cosiddetta tariffa unitaria al metro quadro, e le maggiorazioni, dando luogo in estrema sintesi al calcolo del tributo ed alla somma da versare.

Il significato di questi coefficienti può essere così sintetizzato:

  • UTENZE DOMESTICHE
  • QUOTA FISSA: E’ determinata in modo da privilegiare i nuclei familiari più numerosi e le minori dimensioni dei locali (coefficiente di adattamento Ka) .Ha una differenziazione per Comuni sopra o sotto i 5000 abitanti e tra aree del Nord, Centro e Sud. L’applicazione per il Comune è stata di facile interpretazione.
  • QUOTA VARIABILE: E’ rapportata alla produzione individuale di rifiuti differenziati e indifferenziati (coefficiente di produttività Kb, in funzione del n° dei componenti).
Massimi e Minimi di legge Coefficiente variabile applicato a Savona

Come si può vedere il Comune ha applicato le tariffe sopra la media fino a 3 componenti del nucleo familiare, dopo è rimasto in linea alla media o sotto. Mai ovviamente al minimo…

  • UTENZE NON DOMESTICHE
  • QUOTA FISSA: E’ attribuita in base a un coefficiente relativo (Kc)di potenziale produzione di rifiuto legato al tipo di attività per unità di superficie.
  • QUOTA VARIABILE: E’ rapportata a un coefficiente di produzione (Kd) in kg/mq che tiene conto della quantità di rifiuto connessa alla tipologia di attività.

tre

Non c’è spazio sufficiente per riportare le tabelle, disponibili comunque sia sul regolamento comunale con i coefficienti  fissi e variabili, ed in rete (http://www.tares.it/wp-content/uploads/2012/10/PROSPETTO-DI-ANALISI-REGOLAMENTO-bozza-del-17-10-2012.pdf) per eventuali confronti. Anche qui il criterio di applicazione dei coefficienti è difficilmente se non raramente sui minimi, ma piuttosto il contrario.

L’ammontare del tributo può essere sensibilmente ridotto se la raccolta differenziata aumenta. Quanto più aumenta, tanto più si riduce sia il computo dedotto sia dal coefficiente di quota variabile sia la maggiorazione per i servizi (da 0, 30 Euro/mq a 0,40 Euro/mq). Idem per i rifiuti assimilati urbani. Insomma, ci sarebbe un sensibile risparmio se si raggiungessero gli obiettivi da molti auspicati:

cinque

Durante la discussione antecedente alla delibera di Consiglio per il nuovo regolamento attuativo comunale pare che l’Assessore al Bilancio Martino avesse dichiarato in pompa magna che tale tributo rappresenta “ una imposta dedicata per definizione a spesare il servizio rifiuti“. Non importava però allora che la Tares fosse ancora in forse, o fosse prevista la possibilità prudenziale di mantenere le vecchie tariffe. Non importava che in Parlamento fosse oggetto di ben tre diverse mozioni: PD, PDL, MoVimento 5 Stelle, diversamente uniti ne chiedevano una sospensione, a indicare quanto fosse criticata e quanto fosse tutt’altro che scontata la sua applicazione.
Nulla, il Comune di Savona aveva deciso di metterla a bilancio e di chiudere anticipatamente la partita.

Attrezzarono così in fretta e furia l’ufficio tributi per calcolare la nuova tariffa, con i risultati che si vedono in questi giorni, senza possibilità di tornare indietro. Inutili le proteste e le richieste dell’opposizione, di fronte ad un bilancio presentato già blindato, deciso nelle segrete stanze e ad una approvazione data per scontata, nel perfetto silenzio assenso della maggioranza, con qualche laconico mugugno a bassa voce forse.

Con le tariffe già elevatissime dell’IMU, e con quest’ulteriore “balzello” che va a gravare sempre sugli stessi settori, il quadro è realmente desolante. Ma è ancor più desolante sapere che Savona si attesta a circa il 22% di raccolta differenziata, altro che riduzioni della tariffa, c’è il rischio di incorrere in sanzioni per il mancato raggiungimento degli obiettivi europei di gestione dei rifiuti, ed ogni comune ne è corresponsabile.

L’allarme lanciato di quanto la Tares sia arbitraria e iniqua è stato puntualmente inascoltato dando luogo ad una patrimoniale subdola: fra tariffa e addizionali fa pagare carissimi dei servizi sempre più discutibili, è penalizzante per le famiglie, un “massacro” per le imprese e gli esercizi commerciali già boccheggianti. Per non parlare del fatto che è assolutamente slegata da logiche di raccolta differenziata virtuosa, dove magari il cittadino “smart” è contento di pagare di più ma avere una città più pulita, un processo di gestione dei rifiuti ottimale e quindi una sorta di ritorno di investimento.

No, nulla di tutto questo, stiamo purtroppo parlando dell’ennesimo salato balzello applicato dal nostro Sceriffo di Nottingham (qui ognuno è libero di dare il volto che più gradisce, la scelta è ampia), insomma, una tassa da ripensare in toto.

Il Comune di Savona, teso a far quadrare ad ogni costo i conti, senza tagliare spese superflue e compensi quantomeno discutibili, non sembra particolarmente toccato. Benché abbia lasciato la quota parte di tariffa di maggiorazione dei servizi a 0,30 Euro/mq quale soglia minima, aveva certamente margine di manovra su tutti i coefficienti, tranne la quota fissa per le utenze domestiche, ed è ormai necessario e non più accettabile alcun rinvio del l’avvio della raccolta differenziata. Senza ovviamente dimenticare che tutto ruota attorno ad ATA, per il suo ruolo ovviamente, che riporta i seguenti costi:

quattro

Speremmu.