La Memoria collettiva

Non ho parenti che risultino partigiani, non ho storie di eroi da raccontare o aneddoti di famiglia che siano allettanti per qualche sezione dell’ANPI da presentare in commemorazioni del 25 Aprile.

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Mio nonno paterno rimase ustionato in casa dopo un bombardamento che aveva causato una forte perdita di gas che provocò un grave incendio nel palazzo dove abitava. Mio zio bambino, che mai ho conosciuto, a circa 12 anni morì mentre andava a scuola sotto un bombardamento alleato a Genova. Questi i fatti storici e freddi che nella mia famiglia si ricordano strettamente legati alla guerra.

Io però ascolto sempre con piacere e con molto interesse i racconti e le considerazioni sulla Resistenza, sul 25 Aprile e sulla libertà.

In questi giorni ho avuto modo di ascoltare a Genova, grazie all’organizzazione di una RSU aziendale, un lungo intervento del genovese Giordano Bruschi, partigiano, giornalista, sindacalista ed anche politico. Persona di esperienza infinita, oltre 90 anni, una lucidità incredibile con i racconti di lavoro, il lavoro ai tempi del fascio e della tessera indispensabile per sopravvivere. Eppure, ad esempio, nella storica fabbrica della San Giorgio di Sestri Ponente, ai tempi guidata da 2 ingegneri ebrei, non era necessaria e lì si ritrovarono a lavorare tutti gli operai che non accettava il ricatto “occupazione” di quella tessera, di quel regime, fino a quando gli stessi direttori non furono deportati. E ancora tutte le storie di coloro che iniziarono a ribellarsi, perdendo il lavoro e la vita e che combatterono, combatterono per mettere fine a quel regime e come molti diedero vita alla Resistenza.

Nell’occasione è intervenuto il prof. Guido Rodriguez, esperto di scienze neuropsichiatriche, che ha fatto un intervento sulla memoria, il proprio ambito. Ma la memoria non è solo quella che permette di ricordare dei fatti, ma che consente di avere un ricordo comune di avvenimenti e storie, di come si sono svolti accadimenti storici e che lascito culturale hanno prodotto. Nel caso specifico, durante l’occupazione prima e la resistenza dopo, l’Italia vide sotto il proprio cielo il periodo più buio della propria storia.

Un periodo in cui vi furono scelte drammatiche, di cui ora, con la memoria collettiva, ne conserviamo tutti o quasi il significato, quel misto tra valore storico e valore simbolico. Un passaggio che ho trovato interessante è la testimonianza medica di come, nel caso dei reduci ebrei dalle deportazioni,  inizialmente vi erano negazioni della verità stessa tra chi aveva vissuto e chi ascoltava e non credeva.

Una memoria collettiva è necessaria perché tutti credano e ricordino i fatti. Ma anche qui un passaggio storico ci deve ricordare che non tutti erano partigiani, non tutti hanno fatto la resistenza: se si arrivò allora ad oltre venti anni di dittatura fascista è perché gli italiani stessi lo scelsero, o comunque buona parte di essi. Ed anche questo và ricordato e và contestualizzato nella vita odierna.

Poi, in ultimo, ho partecipato alla tradizionale fiaccolata che si conclude in Piazza Martiri a Savona, dove la sera del 24 viene dedicato un momento ai caduti e alla Resistenza con una fiaccolata di gruppi provenienti da tutti i quartieri, organizzata dall’ANPI. All’evento è intervenuto il dottore Giovanni De Luna, uno storico italiano che insegna Storia contemporanea all’Università di Torino. Ha fatto alcune considerazioni che ho trovato molto lucide, come uno storico deve fare, prima fra tutte quella che in quegli anni, ci furono come scritto prima della grandi scelte. Le scelte di coloro che per salvaguardare se stessi e i propri cari scelsero di rimanere ai margini evitando il confronto, la scelta di coloro che si schierarono anche durante la Repubblica di Salò con i nazifascisti, anche perché rappresentavano il potere, esercitato con la forza militare. Ed infine la scelta di coloro, si stima circa 6000 in tutto il nord Italia, che andarono sui monti, ed iniziarono a combattere. Lo storico, come tale, ha giustamente ricordato che il 25 Aprile è l’apice di un processo iniziato con l’8 Settembre 1943 in cui l’Italia dei Savoia, del Duce e di Badoglio si arrese, il “sogno straccione” dell’Impero sognato da Mussolini si dissolse come neve al sole e nulla fu più come prima.

Ebbene tutto questo è nostro patrimonio collettivo che dobbiamo tramandare per ricordare, una appunto “memoria collettiva” che và vissuta e raccontata correttamente per insegnare il sacrificio fatto da alcuni, ma gli errori fatti da molti: non erano tutti partigiani e non erano tutti fascisti. Ma molti erano italiani che hanno semplicemente accettato le cose come stavano, con il tempo, si sono assuefatti ad avere chi pensava loro per tutto: dalla culla alla tomba. E senza l’informazione vera, hanno accettato senza voler vedere, la privazione della libertà. Un ulteriore spunto è stata la successiva esplosione di “vis politica” dopo anni che non era stata più libera, dal ’45 in poi tornarono a fare politica i cittadini, per ricostruire un paese, tutti, dai socialisti ai democristiani, dai comunisti ai repubblicani. Poi il tempo e la storia recente ci hanno lasciato un panorama di desolazione e fallimenti che ora paghiamo caro, ma rimane la memoria di quel tempo.

A Savona tale manifestazione è a forte caratterizzazione di sinistra e un po’ mi diverte partecipare e vedere alcune facce stupite per la presenza di un “grillino”. Io però ci penso e mi chiedo come mai. Io ad esempio ero stupito di vedere molti rappresentanti del partito democratico, forse stonavano più loro che il sottoscritto. Ed ero stupito dal discorso del Sindaco che ha citato l’immigrazione, la libertà di culto e il campo nomadi della Fontanassa: per giustificare spese che approvano in ben pochi. Un tripudio di ipocrisia quale ultimo baluardo per trovare un senso di appartenenza agli ideali espressi da chi 70 anni fa combatteva per la libertà di voto, di partecipazione. Ecco, la memoria collettiva servirebbe anche per questo: per non dire stupidaggini, si fa miglior figura.

Buon 25 Aprile.

La Mensa dei Poveri.

Questa settimana si è discusso su alcuni giornali di una questione relativa alla mensa scolastica presso il Comune di Savona, servizio triennale gestito in appalto dalla cooperativa CAMST per una cifra intorno ai 5 milioni di Euro, uno degli appalti più onerosi per il Comune.

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La questione è nata da una semplice e “prevista” visita presso il centro cottura sito in Vado. “Semplice” perché di fatto trattasi di una visita dei componenti Commissione Mensa, organo trasversale istituito tra insegnanti, genitori e responsabili del servizio, con lo scopo di supportarne le attività in termini di controllo, suggerimenti, verifiche e migliorie. “Prevista” perché fissata in una data nota a priori.

Su richiesta esplicita il Movimento 5 Stelle, a mio avviso anche per una valida e doverosa funzione di “controllo” che tutte le forze politiche dovrebbero effettuare negli appalti pubblici, è intervenuto con 2 deputati della Commissione Cultura e 1 consigliere del Movimento 5 Stelle di Savona, insieme ad alcuni rappresentanti della Commissione Mensa.

A questo punto il fatto: negli scaffali dove sono presenti alimenti per la cottura, sono stati ritrovati diversi sacchi di farina scaduti da circa 15 giorni.

Chi era presente per conto della CAMST ha da un lato addotto alcune giustificazioni, pur non negando ovviamente il fatto in sé, anche perché impossibile negarlo. Chi dall’altra parte presente, in alcuni casi ha colto con molta preoccupazione l’accaduto.

Alcuni invece hanno prontamente sminuito il tutto, l’Assessore Sorgini in primis, ed in cascata altre figure ed addirittura alcuni membri della commissione mensa. Per l’Amministrazione trattasi di alimenti che comunque erano chiaramente tracciati e individuabili come scaduti e quindi da smaltire. Ed io su questo vorrei fare una considerazione, anzi 2.

La prima è che immediatamente vi sono stati riferimenti relativi all’errore umano e la ricerca del colpevole, guarda caso l’ultimo della catena. Niente di più sbagliato laddove vi è un servizio così delicato ci devono essere delle procedure meticolose, scritte e che ne disciplinano l’esecuzione, di conseguenza diversi livelli di controllo con diversi soggetti addetti. Pertanto, la considerazione in questo caso è che siano mostrate queste procedure, non note ai membri della Commissione Mensa, e sia chiarito dove la procedura ha fallito perché si possa migliorare ed evitare nuovamente un caso del genere. Non è un fatto banale ma è proprio questa la ragione dei controlli per un processo di miglioramento continuo, peraltro poco credibile che fossero noti come materiale da non utilizzare perché in mezzo a tutto il restante per uso cottura, non giriamoci intorno.

Altra considerazione è la reazione. La CAMST basti fare qualche ricerca, è una cooperativa nata a Bologna e diventata un colosso della ristorazione negli appalti pubblici, presente in moltissimi comuni, molti dei quali amministrati dal Partito Democratico, perché alla guida di essi ovviamente, cosa avevate capito?  E per questo comunque non esente da critiche o problemi, alcuni dei quali:

http://torino.repubblica.it/cronaca/2014/06/25/news/mense_scolastiche_blitz_dell_asl_sigilli_alle_cucine_camst-89970994/

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Non vi è nulla di strano o anomalo nel pretendere controlli, nell’eseguirli in prima persona o nel farli eseguire anche da una parte politica avversa. Il diritto di controllo e critica anzi, dovrebbe essere trasversale in un appalto di questo genere. Ed inoltre, gli stessi Comitati che nascono nelle scuole, possono e debbono essere attori protagonisti nei controlli, non solo utili per imbiancare le pareti perché il Comune non trova i fondi necessari, oppure l’Assessore vuole solo braccianti privi di capacità di giudizio utili solo “a chiamata”? A proposito la domanda di accesso ai fondi dei contribuenti che possono destinare l’8×1000 Iperf all’edilizia scolastica a che punto si trova? Perché anche questo tema verrà sviluppato con attenzione nelle prossimo elezioni regionali e nel programma elettorale del Movimento.

Per concludere, la farina scaduta, mangiatevela voi e i vostri figli, noi ci vedremo alla prossima ispezione, questa volta a sorpresa.

 

Rebus sanitario

Recentemente è stata avviata una raccolta firme proposta dal comitato dei Cittadini Attivi Loanesi di Loano, in provincia di Savona, soggetto promotore dell’iniziativa, relativa alle funzionalità del reparto di pediatria nell’ospedale di S. Corona di Pietra Ligure, tutt’oggi in via di smantellamento con rischi potenzialmente pericolosissimi per i piccoli utenti: i nostri figli.

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Ma non solo, si manifesta palesemente anche una “voluta” errata interpretazione delle previsioni contenute nell’accordo Conferenza Stato – Regioni dell’Agosto 2014 che definisce i livelli assistenziali per le diverse tipologie di ospedale. E nel caso specifico, il S. Corona di Pietra Ligure è un ospedale DEA di 2° livello che deve offrire alla cittadinanza una ben precisa serie di servizi. Nulla vieta all’ospedale S. Paolo di Savona di essere in grado di fornirne altrettanti ma è molto rischioso che per mere logiche politiche di spartizione dell’elettorato si ponga a rischio la vita dei nostri piccoli che in caso di ricovero urgente, da tutto ponente, non potrebbero fare altro che convergere su Savona con tempi di percorrenza maggiori e maggiori ricadute sulla loro salute.

La raccolta firme promossa dai cittadini che ha come obiettivo ripristinare il pronto soccorso pediatrico nella sua sede originaria e dare la possibilità ai piccoli pazienti giunti attraverso il Pronto Soccorso di poter rimanere nella struttura qualora sopraggiungano complicazioni che richiedano il ricovero è lodevole e và sostenuta. Ma il tema dell’assetto sanitario savonese è più ampio e complesso. La valutazione và fatta in forma sistemica e organica: innanzitutto vi sono i cittadini, la distribuzione sul territorio e la conformazione del territorio. Nella nostra Provincia attualmente vi sono per l’ASL 2 le seguenti strutture:

Ad ognuna di esse è associata una categoria che ne definisce a priori le funzionalità offerte, dalle più ampie (DEA 2° livello) a quelle basilari (P.I.). Quali sono però i temi aperti e non risolti di cui spesso leggiamo e discutiamo? Sono esattamente le 4 strutture ospedaliere per le quali alcuni sostengono siano troppe, altri che le funzioni così ripartite non vanno bene, altri ancora che i presidi base debbano ulteriormente essere ridotti o sfrondati di ulteriori funzionalità. Ma tutte queste considerazioni NON possono essere prese singolarmente e vanno vista in con visione sistemica: la ripartizione delle competenze è materia su cui la Regione ha un ruolo molto importante se non determinante ed è per questo che la visione deve essere anche a livello territoriale regionale.

Questo ad esempio è il motivo per cui il S.Corona di Pietra Ligure è un ospedale di DEA 2° Livello, perché l’altro è a Genova e la copertura del territorio ligure, un arco che si estende da La Spezia a Ventimiglia, deve considerare le necessità di Ponente e Levante; aggiungo peraltro che l’altro con pari funzioni per il reparto pediatrico è il Gaslini di Genova, quindi si avvalora il senso di avere anche questo reparto pienamente operativo a Pietra Ligure. Poi si passa all’annosa diatriba tra S. Paolo di Savona e il S.Corona appunto: una diatriba politica, da sempre. Il bacino elettorale….pardon…di pazienti della città di Savona è stabile e costante, contro quello di Pietra Ligure che però ha importanti picchi nel periodo estivo. Se alcune specialità sono meno ricche è sintomo della normale funzione di DEA di 1° livello, nulla vieta che vi siano, tramite anche capacità gestionali del singolo ospedale…, servizi di pari livello, ma non a scapito dell’uno o dell’altro per mere beghe politiche.

Ricordiamoci l’orografia della nostra terra, i tempi di percorrenza, le infrastrutture disponibili: tutti questi elementi fanno parte di un ragionamento sistemico.

Passiamo ora ad Albenga, ospedale della discordia ma vorrei ricordare innanzitutto che è una struttura pubblica, di noi contribuenti. Quindi può e deve funzionare in simbiosi con Pietra Ligure distribuendosi le funzioni perché geograficamente vicini e magari puntando su alcune specialità. Oggi in esso c’è però insito un tema che è il nocciolo della questione: il rapporto tra pubblico e privato.

Opera infatti in Albenga il gruppo privato GSL (Gruppo Sanitario Ligure), riconducibile a un gruppo privato molto noto nel nostro territorio che ruota intorno alla figura del sig. Dellepiane, imprenditore, costruttore, magnate locale nonché presidente del Savona. L’attuale Signore di tutto il territorio savonese, attualmente sotto indagine per una possibile maxi evasione fiscale nell’ambito dell’operazione edilizia Crescent. Oltre che dubbia ed avvolta in domande prive di risposta, una speculazione indecorosa: brutto, ma brutto nel senso sublime che ne dava Kant, il filosofo ottocentesco, una bruttezza oggettiva e indiscutibile.

Questo va’ considerato come l’esempio del rapporto nato male, la storia d’amore che è destinata a non funzionare, tra il pubblico e il privato: l’esempio di quello che non vorremmo, peraltro già oggetto di indagini per una gara assegnata appunto ai “soliti noti”, si parla di turbativa d’asta etc…. C’è quindi un costo esorbitante sostenuto dall’ASL e dalla Regione per pagare questo ente privato che svolge in convenzione con il sistema sanitario nazionale (SSN), l’attività medica, soprattutto in determinate specialità. Sia chiaro: come già scrissi operano in esso medici di comprovate capacità tecniche. Ma non è questo il punto: il punto è perché mai non mantenere il controllo e l’operato diretto del pubblico valorizzando, chi ne ha diritto, i migliori. E di questo principio già scrissi esprimendomi sulla sacrosanta necessità che anche il pubblico impiego, cui gli operatori medici rientrano in linea di principio, possa essere assoggettato al riconoscimento del merito, e del demerito. Quindi se il problema è come trattenere i migliori dottori nel pubblico, o quantomeno chiedere che svolgano una parte della loro pratica all’interno delle strutture pubbliche, non capisco perché si debba fare appalti da milioni di euro, operare in regime di intramoenia ovvero consentire l’esercizio della pratica privata dentro la struttura pubblica: su tutto questo va’ messo ordine.

Se quindi l’operazione della “Banda Burlando” (Burlando, Montaldo e Neirotti) era volta a creare una specialità per evitare le fughe presso ASL non liguri, ebbene è sbagliato il metodo, a pensar bene. A pensar male, si fa peccato….

Ed infine veniamo a Cairo. Io che sono stellese di adozione, il paese di Pertini, ricordo che molti anni fa c’era l’ospedale di Sassello ed era utilizzato dalle persone del territorio, perché vicino e perché pratico per le persone anziane vicino alle esigenze di base. Ebbene, a Cairo lo scenario è decisamente più importante per il bacino di potenziali utenti, per il contesto e le funzioni di pronto soccorso. Funzioni recentemente oggetto di discussione, per le quali oggi è necessario fare chiarezza e impostare in modo differente la questione. L’area è oggettivamente disagiata dal punto di vista geografico: raggiungere le riviera è un percorso stradale lungo, articolato e in alcuni periodi dell’anno improbabile.  Questo alla luce del concetto di emergenza e di pronto intervento ovviamente, non certo per una bella gita al mare domenicale.

Il mantenimento di un ospedale pur di base, con un pronto soccorso però pienamente operativo H24, è “conditio sine qua non” e se la strada per dichiararlo tale è quella di considerarlo di area disagiata, come peraltro contempla la Conferenza Stato-Regioni, ebbene sia questa.

Ad oggi quindi chi scrive crede che la capillarità delle strutture ospedaliere sia la forza di un sistema sanitario sul territorio e per il territorio, e sia da sprono a contrastare quanto viene proposto oggi in tutti i settori del pubblico: meno scuole, meno uffici postali, meno presidi socio-assistenziali. E’ una ritirata senza condizioni di resa che il “pubblico” sta facendo, e non è accettabile. Non così, non ora.

Turismo 2.0 per la Liguria

L’idea di “turismo” in Liguria deve passare ad una versione di Turismo 2.0. Dobbiamo mostrare la nostra regione in tutta la sua bellezza e liberarne le potenzialità, passando anche e soprattutto dall’entroterra. Aree da recuperare e valorizzare con progetti di albergo diffuso per ridare vita ai nostri borghi, percorsi escursionistici che si snodino dal mare ai monti, sport e salute che si intrecciano virtuosamente, micro – imprese sostenibili dedicate alla produzione di prodotti locali, agricoli e artigianali nell’ottica di una produzione e consumo a “chilometro 0”, che diventino anche luoghi da vedere per riscoprire un modo diverso di vivere. Un turismo sostenibile che cammina a fianco del recupero del territorio, legato ad esso e all’uomo che lo vive e che lo tutela, per il bene proprio e dei propri figli.

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L’obiettivo a medio lungo termine deve essere quello di avere un settore produttivo vero e proprio che non produca solo benessere per alcuni e lavoro “stagionale” ma che dia l’opportunità di fornire occasioni di lavoro stabili per i giovani. Gli stessi giovani che ora, magari con un impiego stagionale ,si pagano gli studi per poi andare a lavorare fuori regione, devono avere gli strumenti ed il supporto per realizzare micro imprese locali e utilizzare le potenzialità inespresse del nostro entroterra, ad un passo dal mare. Abbiamo tutti gli elementi che madrenatura poteva offrire.

E in maniera organica possiamo mettere insieme tutti i tasselli. Ci sono i borghi da visitare, ci sono percorsi naturalistici da rivitalizzare e arricchire, contestualmente a percorsi ciclabili non solo sulla riviera, ma nell’entroterra. Pratiche come la “mountain bike” o l’escursionismo a cavallo, possono portare moltissimi appassionati.

Affiancando e distribuendo sul territorio alberghi nei borghi o nei paesini dell’entroterra, andando quindi a rivitalizzarli, diverrebbero gli strumenti per creare il sistema di accoglienza, magari collegato in una unica rete centrale di gestione che sul territorio si distribuisce capillarmente.

Piccole aziende agricole, con le opportune incentivazioni, potrebbero diventare gli attori protagonisti con cui tornare a presidiare il territorio “a monte” facendo sia produzione agricola locale oppure come vini caratteristi delle nostre zone, allevamenti di piccole dimensioni o agriturismi legati al territorio che, per ovvie necessità, andrebbero a prendersi cura dei terreni, delle fasce. Si le famose e uniche fasce liguri, supportate dai muretti a secco con le quali questa terra è stata per secoli custodita e curata.

Potrebbero svilupparsi rapporti con le organizzazioni sportive di ogni genere per intrecciare sport e salute con presidi capillari sul territorio, sia dell’uno che dell’altro. Ma ci sono anche gli elementi di culto, architettonici, paesaggistici che devono essere “semplicemente” messi nel giusta prospettiva, valorizzati come un insieme logico e ben progettato per diventare una vere a propria offerta turistica. In fondo è semplicemente valorizzare ciò che già abbiamo e incentivare ciò che potremmo avere.

Un sogno? Fantasia? Potrebbe sembrare ad una prima veloce lettura, ma provate a guardare in giro anche solo altre regioni italiane, ad esempio il Trentino o la Valle d’Aosta. Regioni che hanno saputo promuovere la loro principale offerta: la montagna. Bene, noi abbiamo sia il mare che la montagna ed abbiamo perso fin troppo tempo fino ad oggi.

 

Taglia e scappa.

E’ apparso sui giornali, il 2 Febbraio, un articolo riguardante l’Ospedale San Paolo di Savona, nell’ASL 2 savonese, dove è stato sancito drasticamente un taglio delle ore di pulizie nella maggior parte dei reparti dell’ospedale: è il risultato del nuovo capitolato aziendale, pubblicato dall’Asl 2, e della gara d’appalto per le pulizie che è stata vinta da una ditta fiorentina, con un ribasso del 28 per cento.

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Su altro quotidiano, successivamente, il 13/02, sempre la stessa ASL savonese viene riportata la notizia di uno stanziamento di 1 milione e 850 mila Euro per prestazioni specialistiche ambulatoriali presso strutture private accreditate, con lo scopo, stante le dichiarazioni, di ridurre le liste di attesa. In particolare in quelle specialità relative a radiologia ed esami annessi.

Ecco che le 2 notizie, uscite in forma distinta e con tempi differenti, mi hanno scatenato una curiosa connessione neurale dove ho immaginato un vaso che da un lato si svuota e dall’altro si riempie: poco, male e pericolosamente. Come nel film “Limitless” dove il protagonista, grazie ad una particolarissima sostanza sconosciuta, era in grado di usare il suo cervello con le funzioni connettive esponenzialmente amplificate, io, senza arrivare a tanto, credo comunque valga la pena fare una breve riflessione.

Innanzitutto sulla questione delle pulizie, dove peraltro non entro nel merito della percentuale di ribasso, poteva essere addirittura superiore o inferiore, ma pongo una questione ben più importante: le infezioni. Si perché metter mano alle pulizie in una struttura ospedaliera, soprattutto riducendo l’importo economico disponibile, porta con se enormi criticità. Pianificare in certi reparti un solo passaggio giornaliero oltre che indecoroso è estremamente rischioso. Per non parlare delle sale operatorie sulle quali non è accettabile alcuna deroga in termini di pulizie e benché il capitola parrebbe non derogare su questo il rischio che “nei dintorni” le condizioni peggiorino è concreto.

L’altra notizia porta con se un tema complesso sul quale è necessario un tentativo di analisi. In pratica la notizia ci dice che c’è un problema ovvero lunghe liste di attesa per alcune tipologie di esami, note ai savonesi, ovvero la radiologia. Stante sempre l’informazione giornalistica, la soluzione adottata è quella di stanziare delle somme economiche per ampliare le convenzioni con studi clinici privati che offrano sostanzialmente queste tipologie di esami, per supplire appunto all’inadeguata capacitò di offerta della struttura pubblica in questione.

Ecco perché trovo le due informazioni curiose, un ossimoro che tende però a convergere nello stesso punto. Ed infatti dal punto di vista di bilancio, sono ambedue “uscite”, purtroppo lo sono anche dal punto di vista di indirizzo.

Ridurre i costi per la pulizia della struttura ospedaliera passando per la riduzione della pulizia non è la strada corretta e potenzialmente può comportare costi maggiori per il reale rischio infezioni, ulteriori “fughe” verso altri presidi sanitari per il peggioramento qualitativo della struttura, una discesa generale verso il “basso” che sicuramente chi aveva o ha dei dubbi, verrebbe incentivato ad andare nella struttura privata di turno.

Affrontare il problema delle liste di attesa per gli esami di radiologia all’ospedale San Paolo, aumentando le convenzioni esterne, è ancora più insensato: la mia esperienza personale mi permette di affermare che per uno stesso esame radiologico, con lo stesso macchinario e lo stesso personale medico, fatto con servizio sanitario comportava tempi certamente superiori al mese, fatto in regime di “intramonenia” entro 15 giorni l’esame era possibile. Dopo le 17 e il sabato mattina.

Capirete anche voi che questo è il nocciolo della questione. E sostenere che per risolvere il problema delle code è necessario stipulare ulteriori convenzioni con l’esterno è come dire che se c’è troppa coda per entrare al cinema a vedere un film vado a vederne un altro di cui non ho alcun interesse.

Non ho risolto il problema e ho buttato via dei soldi.